giovedì 22 novembre 2012

Rimpicciolirsi fino a scomparire

"Sai Ross, la cosa più ridicola, ormai, è che quando prendo in mano una cosa per metterla nel carrello, ne  misuro il costo in termini di ore di lavoro: "Non posso spendere 1 ora di lavoro per questo, mi costa mezz'ora di lavoro quello, non posso permettermi quell'altro perché è come buttare un quarto d'ora di lavoro".

Ridiamo, insieme a E. e F., scoprendo che facciamo tutte la stessa identica cosa: misuriamo le nostre spese quotidiane in termini di ore di lavoro.

E., l'altra collega, ci racconta che la sera prima, uscita con degli amici, al secondo calice di vino, sempre misurato in termini di ore di lavoro, ha deciso di tornarsene a casa e di non uscire più la sera, perché non può spendere 3€ per un calice e consumarlo in piedi e fuori al freddo, solo per poter fare due chiacchiere e vedere qualcuno la sera.
Esce fuori chiacchierando che anche lei e il suo compagno, che ha un lavoro a tempo indeterminato, non pagano l'affitto già da due mesi perché non ce la fanno: laureata in psicologia, ha dovuto spendere questo mese 500€ per sostenere l'esame di abilitazione, senza riuscire a passarlo: una domanda sulla quale non si era preparata perché non veniva considerata dai testi per la preparazione all'esame.
Così ora dovrà ripeterlo, e spendere altri 500€.
Intanto le casse dello Stato ringraziano: erano un centinaio, all'esame, lo hanno passato in tre grazie a quella domanda, legittima ma imprevista.
Nel frattempo ha lavorato gratis, cioè in perdita, facendo per 6 mesi 40 km ogni giorno per raggiungere la struttura dove le hanno gentilmente concesso di fare lo stage, obbligatorio per sostenere l'esame.
Altri soldi buttati dalla choosy mentre le spese corrono.
La pizza è un lusso, quindi ci si da appuntamento dopo cena perché è imbarazzante accettare un invito sapendo di non potersi poi presentare con almeno una bottiglia di vino o due paste.

Consideravamo ieri sera che misurare la vita così, ci sta portando a rimpicciolirci dentro, a farci via via sempre più piccole, sempre più rintanate in noi stesse nel vano tentativo di resistere, di farcela ancora un po', chissà che poi...

Una vita in apnea.

Niente cinema, perché ti costa un'ora di lavoro.
Non vai a camminare in collina perché la benzina per arrivarci ti costa un'ora e mezza di lavoro.
Non compri un libro perché ti costa la metà dell'importo di una bolletta da pagare.

E una vita che si rintana, se da una parte ti fa ridare valore alle piccole cose, dall'altra riduce in te ogni desiderio di espandere i tuoi orizzonti non solo visivi, anche mentali.
Ti sparisce ogni slancio creativo, ogni fantasia, quando sai che non puoi guardare più in là del contingente; sparisce perfino il sorriso, in questo ridurre al minimo anche il pensiero stesso, di un qualcosa di nuovo che potrebbe però costarti "un'ora di lavoro".

Si dice:" Bisogna cambiare, smettere questo consumismo che ci ha portato a una crisi che non è solo economica, ma di valori".

D'accordo.

Ma quando ciò che guadagni non ti basta per vivere una vita minima, i valori che recuperi sono quelli del termostato che abbassi fino a stare al freddo, così da non trovarti una bolletta del gas che non ti puoi più permettere.

F., la collega che ha dato inizio a questa riflessione, vive senza riscaldamento da due anni.
Non ce la fa.
Il suo compagno è senza lavoro, la figlia ha un lavoro ma i pochi soldi che guadagna li tiene per le sue spese e in casa non aiuta.
F. ha sul suo misero stipendio tre bocche da sfamare, tutte le bollette da pagare, l'affitto, le tasse sull'immondizia, l'assicurazione e il bollo della macchina, la benzina, le spese di condominio, i ticket sui farmaci e sulle analisi cliniche che fa una volta l'anno per i suoi problemi di salute.
Di dentista nemmeno a parlarne, che anche quello convenzionato costa un ticket ed è diventato un lusso anche farsi curare una carie.

Ogni tanto mi è capitato di pensare che una volta, non molti anni fa, la gente ce la faceva a vivere del proprio stipendio, per quanto misero.
Stava attenta, certo, ma l'indispensabile riusciva ad averlo.

Oggi è impossibile: ogni cosa sembra fatta su misura per ridurti la vita a quel minimo assoluto che coincide sempre di più con il niente totale: solo lavoro, e nemmeno quello basta.

Leggevo l'altro giorno dello sgombero di quella giornalista spagnola: perso il lavoro, inizia a vivere di guadagni precari e mal pagati. Nel giro di sei mesi le tagliano le utenze domestiche, non riesce più a pagare il mutuo e la banca si prende la sua casa, quella fin lì regolarmente pagata.

In Italia, a giugno di quest'anno, un documento della commissione europea stimava un 25% di famiglie italiane non più in grado di pagare mutuo o affitto: 1 famiglia su 4.

Il che significa che nei prossimi mesi 1 famiglia su quattro si troverà a subire la stessa sorte della giornalista spagnola, a non avere più un tetto sulla testa e, se ha figli, a vederseli sottrarre perché non più in grado di garantire loro un tetto (sono perversi, nella loro idea di giustizia e tutela, no?).

Persone comuni, persone che hanno perso il lavoro perché l'azienda ha chiuso o che, pur lavorando, non riescono più a sostenere i costi fissi di ogni mese con il loro povero stipendio.

Su tutto, un silenzio pesante come un'ombra: la povertà crescente è meno urgente (e meno intelligente da dibattere), della nuova legge elettorale o delle primarie.
Eppure, in quell'ombra vive una famiglia su quattro.
1 su 4 che questa povertà prova con dignità a nasconderla, a non parlarne, a non esprimerla a parole, perché il sapere crea imbarazzo quasi fosse una colpa, un indice di personale fallimento sociale.

Le stime della commissione europea mi tornano, se basta un niente, una battuta apparentemente lieve fatta in un momento di rilassamento per far uscire dall'ombra la realtà di queste nostre vite che si stanno spegnendo.
Viviamo vite che si ritraggono in se stesse ogni volta che la mano si ferma perché ci servirebbe quella cosa lì, ma "costa 1 ora di lavoro"; o quell'altra, che ne costa mezza; o quella cui rinunci perché hai quella bolletta da pagare e i soldi li puoi trovare solo rinunciando a una dieta sana, a un libro che non hai più il diritto di leggere, a una passeggiata all'aria aperta in un bosco che non puoi più permetterti.
Ti rimangono la provinciale con i capannoni, e il parco giochi dei bimbi dietro casa, per prendere aria.
Non importa se hai trent'anni e vorresti evitare gli scivoli e le giostrine.
Ti rimane il balcone, da dove metti il naso fuori per guardare la finestra di fronte.

Ti si riduce al minimo ogni pensiero che non sia di ansia per il domani, ti si assottiglia l'anima fino a scomparirti dallo sguardo, che si fa ogni giorno più timido, più nascosto, come rinchiuso all'interno nell'illusione di un risparmio che ti può far vivere ancora un giorno.

Una vita a misurare ogni boccone in termini di bilanciamento fra ore guadagnate e ore spese, con un saldo che non trova mai un pareggio ma solo perdite progressive.

Chi ha riportato il paese a questo clima da dopoguerra senza le speranze del dopoguerra?

Continuano a risuonarmi nella testa i mantra che per alcuni anni hanno rimbecillito pure me:" Ce lo chiede l'Europa".

Noi, cos'eravamo, cosa siamo, per l'Europa? 

Dov'era il no che avrebbero dovuto dire all'Europa, quei politici che ora ci ammorbano con le leggi elettorali per elezioni farlocche e per le ridicole primarie che però, attenzione, chiunque sarà poi eletto non potrà che continuare l'agenda Monti?
Quale Europa avevano e hanno in testa, mentre sacrificano la vita delle persone a questa Europa che scopriamo non essere l'unione delle culture dei popoli ma solo delle banche?
Ecco, ci hanno sacrificato all'Europa per salvare la politica del "Abbiamo una banca!".
Tutti.
Destra, sinistra, centro e mezze tacche compresi. "Per crescere, dobbiamo cedere quote di sovranità", diceva il Presidente Napolitano l'altro ieri.

E quanti sfratti, quante vite, quanta civiltà dovremo ancora cedere, per crescere?
Crescere chi? Cosa?
Ciò che cresce sicuramente ogni giorno sono il tasso di povertà e quello della disperazione.

1 famiglia su 4, lo scorso giugno.
Quanti saranno senza un euro, senza lavoro, senza casa, senza più alcuna speranza oggi? 
E domani? E il prossimo gennaio?

Sogno un Bersani, ma anche un Casini, un Fini, un qualsiasi politico che da vent'anni è lì a mantreggiare che "Ce lo chiede l'Europa", travolti dalle bollette che le famiglie italiane inviano loro da saldare.
Sogno Monti costretto con la forza a tirar fuori la carta di credito per pagare le rate del mutuo di chi ha perso il lavoro, di chi come E. non può pagare l'affitto pur lavorando in due o magari un cinema a F., che non ci va più da anni perché "E' un'ora di lavoro, Ross".

6 commenti:

  1. Un post bellissimo quanto triste e veritiero. Da mettere in cornice. Proprio poco fa il FQ on line titolava, nell'assordante silenzio degli altri media asserviti le ultime esternazioni di Napolitano: "Monti non è candidabile". E ai partiti: "Coinvolgetelo dopo il voto". Questo miserabile che è capo di questo Stato indecente è un golpista, e andrebbe già da un pezzo denunciato per attentato alla costituzione. E questi grotteschi figurii si trastullano con le primarie...

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    1. Hai ragione, triste realtà che, stando ai numeri di una ricerca CGIL pubblicata oggi, tocca circa 4 milioni di persone fra part-time involontari (e sottopagati) e collaboratori a tempo determinato.
      Non bastasse, pare che la legge di stabilità appena divenuta legge dello Stato, consenta ulteriori diminuzioni dei salari e telecamere nei posti di lavoro per monitorare la "produttività" dei lavoratori.
      E' perfino noioso ricordare che, facendo delle considerazioni sulle condizioni di lavoro imposte alla Fiat Pomigliano, prefiguravo un paese con "più Foxconn per tutti" in vista.
      Inutili lamenti della CGIL a parte, che ha ben collaborato alla cosa (tranne Fiom) per ora smarcarsene pretendendo un'innocenza che non ha, ho il sospetto che in Foxconn stiano perfino meglio.
      Almeno da ciò che NON guadagnano, non devono tirar fuori affitto e bollette.
      Qui invece, è evidente che ancora un anno così e con le nuove regole sul lavoro, ci toccherà andare sotto le finestre di Palazzo a chiedere pane, con la certezza di vederci al più offrire briosches...
      "Pasta al pomodoro" no, quella non è gratis, come ci è stato detto: siamo troppo choosy...

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  2. Sì, sogno anch'io un Napolitano che adotta per un anno una o magari anche due (facciamo tre) famiglie con un papà paralizzato dalla SLA e a cui basterebbero 500 E in più al mese per non dover boccheggiare tutti, senza speranza di sollievo non dico da un balcone con vista parco giochi, ma manco da un oblò semi-subaqueo della Concordia coricata sugli scogli dell'ennesima "manovra" italiana.
    Sogno anch'io un Fini che per inizio d'anno passa a raccogliere i conguagli delle bollette non pagate di un intero quartiere insieme alle carte regalo e bottiglie vuote nei cassonetti (giusto per fare anche lui qualche confronto e conto in perdita: per carte e bottiglie, ovviamente).
    Sogno anch'io un Bersani che, per racimolare voti, si autotassa per pagare benzina e cinema a turno a un bel gruppetto di famiglie e persone sole che non se le possono più permettere da un po'. Il vecchio clientelismo splenderebbe come un astro dell'etica politica in confronto ai mantra della "cessione della sovranità". Roba da illuminare a giorno la capanna di Betlemme e svegliare dal sonno eterno il reverendo King al grido di "I have a dream!". Sì, perché di "Yes, week-end" ci ha già saturati Marchionne l'Amerikkano, adesso ci vorrebbe proprio solo un lieto fine. O un fine e basta -- ormai ci sappiamo accontentare, vero?
    Ciao Ross, grazie di questo ottimo post, molto veritiero e incisivo, come sempre.
    Con affetto, marilù.

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    1. Ci sapremmo accontentare, sì. Di un gesto qualsiasi, di una banalità da libro Cuore, di una calza della Befana nella notte di San Nicola.
      Qualsiasi cosa, purché la potessimo valutare quale riconoscimento di un comune destino umano.
      Ci basterebbe.
      Perché alla fine, ciò che non si sopporta davvero più, è la sprezzante superbia che ci pretende tutti infanti o minorati, pur di continuare a ripetere gli stessi uguali mantra, ormai privi di potere.


      Che vita insulsa e triste, si sono scelti...
      E come non vedono che quella, alla fine.
      Costretti ormai a nascondersi, pur di continuare a esistere; resi ciechi dalla difesa di una torre dentro cui sono prigionieri, e dalla quale non sanno più come uscire.
      Tristi loro, più di noi...

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  3. Sembra che questa realtà non esista, queste denunce cadano nell'oblio e che coloro che dovrebbero ridarci dignità siano presi con conti inventati da loro e rincorse verso il potere in uno stato messo in ginocchio. Che votiamo, la loro bella faccia, i paroloni? Intanto le file alla Caritas si allungano sempre di più.
    I miei clienti in panificio iniziano a chiedermi prestiti per arrivare a fine mese, altri del pane vecchio perchè non possono acquistare il pane fresco, così riscaldano quello dei giorni passati, è un sintomo dello stato in cui si trova la nostra società molto allarmante.

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  4. Credo che un panificio sia un buon posto dal quale osservare la realtà: vale più la tua esperienza dietro al banco di mille elaborate statistiche.
    Anche dalla mia postazione di lavoro, misuro la realtà, spesso con un certo anticipo (vendo servizi alle PMI, e la morìa in corso, costante da almeno tre anni, ha avuto un'accelerazione nell'ultimo da paura).
    Forse è proprio per questo, che nessuno dovrebbe fare politica per mestiere per più di 5 anni.
    Si perde il senso del quotidiano, del vissuto del paese, se si vive troppo a lungo immersi in un mondo privilegiato e a parte.
    Questi ormai legiferano basandosi su diagrammi e sondaggi, il più delle volte sondaggi "accomodanti", per amor di pagnotta, che anche i sondaggisti tengono famiglia e mutui da pagare e c'è da capirli.
    Si è ormai aperta una voragine, fra la vita delle persone comuni e la politica.
    Per questo non c'è che da cambiarli tutti, chiunque siano.
    Perché non ce n'é uno di loro che ancora ricordi cosa significhi, vivere con 1000 euro al mese; e però sragionano sulle nostre vite come se davvero ne sapessero qualcosa.
    Servono menti fresche di realtà, persone che vengano dai più diversi strati sociali e siano costrette a confrontarsi e a trovare in Parlamento un minimo comun denominatore che possa valere quale misura per quella vita minima cui ogni cittadino ha diritto, per il solo fatto di esistere, prima ancora di dover dimostrare niente.
    Ma che vita difendono, questi, che riducono le pensioni già insufficienti agli anziani e lasciano che a provvedere al welfare per i disoccupati siano i risparmi di una vita dei familiari?
    Che Stato è?
    Che paghiamo le tasse a fare, se quel che incassano, tolti quelli che rubano per se stessi, lo inviano a Bruxelles lasciando che i vecchi muoiano di freddo e i giovani vivano dell'elemosina dei genitori?

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