domenica 23 dicembre 2012

I Maya e il Ragnarøkkr

Paragonata alla grandezza e al vigoroso ottimismo del mito comunista, la mitologia adottata dal nazionalsocialismo appare stranamente maldestra: non soltanto a causa delle limitazioni stesse del mito razzista (come si poteva immaginare che il resto dell'Europa accettasse volontariamente di sottomettersi al "Herrenvolk"?), ma soprattutto grazie al pessimismo fondamentale della mitologia germanica. Nel suo tentativo di abolire i valori cristiani e ritrovare le fonti spirituali della «razza», cioè del paganesimo nordico, il nazionalsocialismo ha dovuto necessariamente sforzarsi di rianimare la mitologia germanica. 
Nella prospettiva della psicologia del profondo, simile tentativo equivaleva esattamente a un invito al suicidio collettivo: infatti l'"eschaton" (fine dei tempi) annunciato e atteso dagli antichi Germani È il "ragnarøkkr", cioè una «fine del mondo» catastrofica che include un combattimento gigantesco tra gli dèi e i demoni e che termina con la morte di tutti gli dèi e di tutti gli eroi e con la regressione del mondo nel caos.
Questa "regressione del mondo nel caos" non poteva che ricordarmi i Maya. 
Non ho sentito predire altro, negli ultimi due anni in attesa del fatidico 21.12.12. 
E fin qui, siamo alla versione della "fine del mondo" dove il Male vince su tutto. 
E' vero che dopo il "ragnarøkkr" il mondo rinascerà rigenerato (infatti, anche gli antichi Germani conoscevano la dottrina dei cicli cosmici, il mito della creazione e della distruzione periodica del mondo), tuttavia sostituire al cristianesimo la mitologia nordica significava sostituire un'escatologia ricca di promesse e di consolazioni (per il cristiano, la «fine del mondo» completa la storia e la rigenera contemporaneamente) con un "eschaton" decisamente pessimistico. 
Parallela alla profezia della "fine del mondo" a orientamento "caos", c'era (e continua a esserci), quella del nuovo inizio, quello che dovrebbe condurre l'umanità intera verso una nuova "Consapevolezza", quindi alla vincita del "Bene".

Prosegue Mircea Eliade in Miti, sogni e misteri:
Tradotta in termini politici, questa sostituzione significava all'incirca: rinunciate alle vecchie storie giudeo-cristiane e risuscitate dal fondo delle vostre anime la credenza dei vostri antenati, i Germani; poi, preparatevi per la grande battaglia finale fra i nostri dèi e le forze demoniache; in questa battaglia apocalittica, i nostri dèi e i nostri eroi - e noi con loro - perderanno la vita, e questo sarà il "ragnarøkkr", ma poi un mondo nuovo nascerà.
Questo passaggio mi ricorda la vicinanza fra il vecchio (e forse mai tramontato), nazionalsocialismo e l'attuale Nuovo Ordine Mondiale il quale, ridicolizzato dai media come "teoria cospirazionista" fino a ieri, entra oggi in tutti i discorsi ufficiali come prioritario obiettivo da realizzare per la "pace mondiale". 
Non persegue infatti, l'élite internazionale, lo stesso mito del "ragnarøkkr" nazista?
Il NWO contempla, come quello nazista, una necessaria perdita di vite umane (la grande battaglia finale), come prezzo inevitabile (There is not alternative, ricordate?), per realizzare quel governo unico mondiale invocato dalle due sponde dell'Altantico come unica soluzione per la "stabilità".
La nuova versione dello sterminio non è oggi per razze, ma per classi sociali, come è evidente a chiunque segua con attenzione gli orientamenti politico/economici internazionali.
Chi è poi quel corteggiato Presidente del Consiglio, appena dimessosi, che da un anno ci va ribadendo:" Rinunciate alle vostre vecchie idee di un lavoro stabile e di un compenso equo: quella storia è finita e non tornerà"?
Poi "staremo meglio", afferma.
Il "Ragnarøkkr"...

Il primo capitolo di Miti, sogni e misteri, I Miti del mondo moderno, si conclude con queste parole:

Ci si domanda come una visione così pessimistica della fine della storia abbia potuto infiammare l'immaginazione di almeno una parte del popolo tedesco; tuttavia il fenomeno esiste e pone tuttora problemi agli psicologi.
Si riferisce al nazismo, siamo ai primi anni cinquanta quando scrive.
Eppure a me suona attuale, profetico perfino più dei Maya.
Ciò che distingue il mito da un sogno, o da un credo religioso, scrive Mircea Eliade, è la costante realtà del mito, il suo ripetersi uguale nel tempo partendo sempre da un punto "illo tempore", cioè lontano nel tempo, e però vivo nell'inconscio collettivo e pronto ad attivarsi.
E' come se, in questo passaggio cruciale della storia, l'uomo riportasse in vita, via profezie Maya, il "ragnarøkkr" di nazista memoria.
Un altro dettaglio colpisce: la non casuale fine del mondo in coincidenza con i giorni "del buio" dei nostri antenati, e come questi coincidano per noi con il momento più buio per la Repubblica Italiana.
Si dice che nella notte dei tempi l'uomo temesse questi giorni dell'anno perché, non avendo una dimensione del tempo storico, vivendo egli ancora una totale identificazione di se stesso con l'universo, il farsi più corto delle ore di luce, tipico di questo periodo dell'anno, nel tempo buio che si allungava vedeva il segno della fine della luce, e quindi del mondo.
Da questa paura nascono le festività, per propiziarsi gli dei, che culminavano con l'esplosione di gioia nelle feste oggi corrispondenti al carnevale, quando le giornate tornavano nuovamente ad allungarsi verso primavera.
L'astronomia si è sviluppata a partire da questa paura, che forse ancora vive in noi, e che forse rispunta come mito sempre vivo con le profezie Maya sulla fine del mondo.
Ci sono tutti i punti essenziali: la datazione lontana nel tempo ("illo tempore"), della profezia, lo studio dell'astonomia che ne fa qualcosa di "scientifico", il "mondo nuovo" che arriva da lontano, dal cielo, segnando la fine e insieme il nuovo inizio.

Nel film, Ipazia è rappresentata come la studiosa dei moti celesti.
Sappiamo la fine che gli hanno riservato.
E' infatti con il cristianesimo che nasce l'idea di tempo come "tempo storico", cioè lineare.
E' con il "tempo storico", misurato e lineare, che inizia a morire nell'uomo la percezione di sé come di un essere che vive in un tutt'uno armonico con l'universo.
Inizia a perdersi da allora il senso profondo di connessione dell'uomo non solo con la terra, con la "natura", ma con la Luna, con le stelle, con il Sole, con i pianeti che così tanto continuano a influenzare la nostra esistenza, scienza permettendo.

Questa "perdita" del "tempo senza tempo" dei nostri antenati, è ciò che cerchiamo evadendo in mille modi nel "non tempo" odierno dei divertimenti.
"Non tempo" che ritroviamo intatto quando siamo immersi nella lettura, quando guardiamo un film che ci appassiona, quando cerchiamo di distrarci dal tempo lineare scandito da regole sociali non decise da noi  e che oggi hanno per oscurare, programmandolo, anche il tempo senza tempo dell'evasione.
Dal lavoro agli impegni sociali, l'attenzione alle "cose" che viviamo come "tempo misurato", cioè non completamente nostro, ci allontana dalla percezione della nostra armonia interiore, quella che non vuole tempi preordinati e reclama il "tempo senza tempo" che è ancora in noi.

Avendo stabilito il potere religioso una norma e quindi un inizio "dei tempi", non può che esserci quindi una conseguente attesa della "fine  dei tempi" viva nel nostro inconscio.
Tutte le religioni e tutti i miti riportano una premessa/promessa di base: che ci sia stato un tempo in cui vi era una totale armonia fra l'uomo e l'universo, un'Età dell'Oro, che questa sia stata interrotta per l'avvento di "qualcosa" che ha alterato, spezzandolo, il tempo unitario dell'uomo, così rendendolo "esule", e quindi sempre in attesa di un "tempo nuovo", altro, che lo riporterà all'unità originale (al paradiso, al nirvana, etc.), la meta ultima vagheggiata perché sempre spostata in un altrove che verrà.

Scrive ancora Mircea Eliade:
Infatti la società senza classi di Marx, e la conseguente scomparsa delle tensioni storiche, trovano il loro più esatto precedente nel mito dell'Età dell'Oro, che secondo molte tradizioni caratterizza l'inizio e la fine della storia.
E' adesso, non a caso, che arriva a scombinare le carte una "fine del mondo".
Non importa se si affacci alla nostra coscienza il mito in versione Nibiru o come avvento di una prossima Coscienza universale.
E non importa nemmeno se a queste profezie opponiamo ferre realtà scientifiche o appena razionali.
Non importa che ci sia una fine del mondo reale: è in noi che risuona il desiderio di un mondo "altro" per arrivare al quale non può che finire questo.
Ciò che si sta risvegliando, in ognuno di noi, comunque sia, è il mito del'Età dell'Oro.
E la consapevolezza collettiva che qualcosa che è in atto non può più andare avanti, che tutto deve finire.
E' l'inconscio collettivo che sogna la fine di questo mondo?
Mi piace pensare che sia così.

Anche chi l'ha declassata a stupidaggine, ho notato, non ha saputo fare a meno di scriverne, trovarsi fra i piedi 'sta fine del mondo.
E mi pare sempre interessante chiedersi perché, in un mondo che si vuole così scientificamente razionale, rispunti inalterato l'antico bisogno umano del sacro, della profezia, del mistero.
Cose che continuano a vivere intatte, e perciò assolutamente reali per la psiche, esattamente come lo erano allora, in "illo tempore".

Ecco, ho finito.
Non mi resta che augurare a tutti gli umani che passano di qua un Nuovo Anno, un Nuovo Mondo, una nuova vita nell'Età dell'Oro.

1 commento:

  1. Ti auguro di passare un bel Natale e delle feste piene di gioia.
    Auguri!

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