giovedì 31 gennaio 2013

Ragazzi del té

Keith (Richards, Rolling Stones, in Life, Feltrinelli - 2010), racconta di come abbia deciso di dare un calcio a un futuro da creativo nell'agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson, dopo un colloquio al quale si era presentato con il suo bel portfolio avendo come sponsor l'accademia che frequentava.
I tre o quattro presuntuosi con i soliti farfallini, dopo aver guardato i suoi lavori con interesse, gli dicono: "Hmmmmm. D'accordo, un'occhiata l'abbiamo data Keith, e il tuo materiale ci pare promettente. A proposito, sai preparare una buona tazza di té?".
Risponde di sì, ma non per loro.
Esce di lì, e butta nel primo bidone dell'immondizia l'intera cartellina.
Così commenta quella sua decisione: "...Non avevo né la pazienza né le capacità per fare lo scribacchino in un'agenzia pubblicitaria. Sarei rimasto il ragazzo del té..."

Pensavo, leggendo, a quante vite sono state trasformate da un singolo atto di ribellione, dall'aver deciso quella volta di non voler fare quello del té.

Infondo Keith aveva davanti una bella opportunità: ancora oggi lavorare per una grossa agenzia pubblicitaria è un sogno per cui molti sarebbero più che disposti a fare anni di tè e caffè per dei presuntuosi con i farfallini.

Veniva da una famiglia proletaria, da una vita di periferia dalla quale sognava di scappare fin da bambino e da una condizione sociale per la quale in alcuni momenti aveva patito.
Poi trova un trampolino grazie alla sua abilità nel disegno che lo transita da un istituto tecnico, dove in ogni altra materia era scadente, all'accademia di belle arti, e arriva fino alla porta di una delle più importanti agenzie pubblicitarie.

E gli da un calcio perché...sarei rimasto il ragazzo del tè.

Mica lo sapeva, quel giorno, che di lì a pochi anni sarebbe diventato I Rolling Stones!
Sì, strimpellava già la chitarra e si era appena innamorato pazzo di Chuck Berry: ma quanti altri all'epoca vivevano le stesse identiche passioni senza finire poi a fare il divo del rock?

Semplicemente ne aveva abbastanza, in quel momento, di venir trattato con condiscendenza, di veder tradito il suo impegno, di non essere apprezzato fino in fondo per ciò per cui era sì, apprezzato, ma...  però...

Quante vite straordinarie sono frutto di una decisione che giudicheremmo lucidamente sbagliata?
Quanto contano i no, e quanto i sì, nella costruzione di un destino?

A posteriori, pare facile dirlo: prendeva quel lavoro e sarebbe comunque diventato un grande creativo con il solito farfallino.

Vista dalla fine, ogni vita ha una sua coerenza logica. 
Ogni sì e ogni no, trovano a posteriori una qualche ragione che pare giustificare sia una vita di successo che una prevedibilmente fallimentare.
Ma mentre molti sì sono adattamenti, tutti i no sono atti di ribellione.
Ad essere adatti, veniamo educati fin dalla culla, così cresciamo già molto più inclini ai sì, che ai no.
Chi dice no, è un disadattato.
Tanto più oggi, in cui il lavoro è la base di un ricatto esistenziale su larga scala.
Ma che si decida in un senso o nell'altro, non c'è comunque garanzia di una futura corrispondenza fra il sì o il no in premessa e gli esiti finali: si può aver successo o fallire in entrambi i casi.
Successo e fallimento non sono alla fine che giudizi tarati su parametri stabiliti da chi fa concidere a tavolino il successo con il possesso. 
Di denaro, principalmente. 
Più riesci a far soldi più sei integrato, cioè adattato al sistema di valori premiante.
Ma il successo non sono i soldi e non avere ciò che i soldi possono comprare.
Come è successo a Keith (e a mille altri), il successo è fare ciò che si ama e si sa fare, riuscendo con questo ad averne in cambio di che vivere senza dover chiedere nulla a nessuno. 
Non ha nulla a che fare con la notorietà, con la ricchezza, con la fama.
Una vita di successo è anche quella di uno sconosciuto monaco che cerca e trova l'Illuminazione continuando a zappare felicemente il suo orticello in religioso solitario silenzio per tutta la vita.

Cosa fa allora la differenza?

Forse, solo una cosa: seguire una propria coerenza interiore, distinguere la qualità delle cose (e delle scelte), non giudicando da ciò che si vede (e si tocca, cioè le cose), ma cercando in ogni cosa, a ogni svolta della vita, dentro di sé, il valore per noi irrinunciabile. 
In questo senso, ogni no e ogni sì determinano il successo o meno della nostra esistenza.

Fare la propria parte nel mondo, non è piegarsi nel quotidiano in attesa del premio futuro. 
Non c'è alcun premio, se non l'aver avuto rispetto per le proprie passioni e per i propri valori, anziché svilirli adattandosi: l'adattamento è già un fallimento.

Qui, invece, succede che a forza di adattarci, a forza di accettare compromessi in previsione di un fantomatico futuro benessere, siamo finiti a fare tutti i ragazzi del tè.
Con tanti saluti a qualsiasi idea di successo o fallimento della nostra unica vita.

Nulla di strano se alla fine si sbroccherà tutti, finendo a preferire una vita da clochard pur di non vederla finire come servitori di tè a presuntuosi con il farfallino.

7 commenti:

  1. Clochard è un termine ancora romantico -- sarà per il francese (che tra l'altro non conosco)?
    A Somali-land, per esempio, sono finiti a far la guerra tra bande, lo Stato è evaporato, la prevaricazione dei più deboli (bambini, vecchi, donne, malati) è la granitica certezza ad ogni risveglio; e non c'è assenso o dissenso che tenga, per dare, almeno da un punto di vista strettamente individuale, una scrollata di futuro a quella "sicurezza" di invariabile presente da incubo. A parte la fuga verso il 'primo mondo", naturalmente, nelle mani dei soliti mercanti di carne umana.
    Non per nulla non solo i giornali e la Tv, ma anche internet non ne parlano più; tanto che notizie vuoi dare, se non cambia mai nulla? E anche il resto del corno d'Africa e dell'Africa orientale in genere non è che se la passi molto meglio, nonostante le visite 'umanitarie' di Clooney in Darfur. Peccato, niente effetti speciali per i dannati non-morti (del tutto).

    Ciao Ross, buone scelte e buona vita, ad ogni svolta ma anche no.
    Con affetto, marilù.

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    1. Già, non abbiamo più parole per raccontare il dramma umano, forse proprio perché lo vediamo ovunque.
      L'Africa è la terra privilegiata di ogni esperimento. Insieme al Sudamerica. Pare che il sud del mondo sia abitato da esseri sulla cui pelle è concediamo al potere di operare ogni abominio, ogni più efferata e disumana violenza, nell'illusione che non ci riguardi.
      Poi, a distanza, con qualche aggiustamento, i predoni applicano la stessa legge qui, nel mondo del nord, quello bianco e civilizzato.
      Solo che i non-morti (del tutto), oggi, sembriano proprio noi.
      Al sud, ancora lottano, credono valga la pena rischiare anche la vita, per tentare di salvare quella loro antichissima civiltà.
      Noi non abbiamo più nessuna reazione, andiamo a capo chino e obbedienza anche in battaglia, coltiviamo ancora in noi l'illusione di un premio finale in virtù della nostra delega al potere, che sa, mentre noi neghiamo a noi stessi di sapere, cosa è giusto e cosa è sbagliato...
      Non ci salveremoalla fine, né accettando le regole del gioco, che cambiano mentre giochiamo ma ci convinciamo di essere ancora noi a non capire; né dicendo no a quelle stesse regole, perché intanto che aspettavamo (che arrivasse Obama, che se ne andasse Berlusconi, che smontassero la Lega, di capire come ci avrebbe salvato Monti), siamo finiti in una gabbia fatta di ipercontrollo, armi ovunque, leggi assassine.
      Eppure, se una speranza abbiamo, passa ancora dal no.
      Richiede consapevolezza del rischio, un saper buttare in un cestino la cartellina fidandoci solo di ciò che sentiamo come vero.
      Ne siamo capaci?
      Quanto siamo disposti a rischiare, per realizzare quel mondo di pace e passioni che ci coltiviamo ancora dentro?

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    2. L'importante è non arrivare al punto in cui rischiamo la vita solo per un tozzo di pane o un briciolo di sicurezza in più, perché l' "antichissima civiltà" da difendere e/o ripristinare si è ridotta solo all'ombra sbiadita di un cumulo di morti, per parte loro molto vivi e presenti, soprattutto con i morsi della fame e dello sfinimento, che i testimoni superstiti dei lager, dei gulag, delle penurie strazianti dell'ultima guerra mondiale hanno sempre narrato come una terribile tortura, capace di stravolgere mente e volontà.

      Non voglio fare la disfattista, sto solo dicendo che il tanto da te deprecato adattamento, con tutte le mediazioni e, in definitiva, la 'politica' che comporta, è a mio avviso una delle due robuste e fondamentali radici di quella civiltà per cui vale la pena di battersi. L'altra è la lungimiranza, la capacità di sognare, ad occhi bene aperti, sulle lunghe distanze nel futuro, ponderando però sempre bene le conseguenze delle proprie scelte e decisioni. Alla prima radice serve molta fede per crescere, perché la natura umana, inevitabile oggetto e soggetto della mediazione, è così complessa e fragile da facilitare più lo scoraggiamento che il successo. Alla seconda radice occorrono molto sapere e grandi abilità cognitive per acquisirlo, oltre a grande tenacia. Uhm, ma guarda un po', spiritualità, studio e ricerca: proprio i settori più sconquassati della nostra Italia. Se poi dirigo lo sguardo verso i nostri rappresentanti e delegati, rischio solo di concludere che il miglior "no!" da dire stavolta sia l'astensione da ogni ulteriore delega. Ma mi basta chiudere gli occhi, e 'ricordare' i solo immaginati fratelli e sorelle del laboratorio storico-sociale in Somalia, per sentirmi costretta a cambiare idea.

      Ciao Ross, grazie degli ottimi spunti per riflettere che mi/ci offri sempre.
      Con affetto, marilù

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  2. Zen! Time is on Our Side!

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    1. Oh yes!
      Infatti, continuando sul senso del mio precedente commento a Marilù, senti che bella storiella Zen ho letto oggi su Ore d'Ozio, raccontata dal monaco zen (1283 circa - 1350 circa):
      A Tukushi c'era un uomo che fungeva da governatore il quale ogni mattina, da molti anni, mangiava due grosse radici arrostite, convinto che fossero un meraviglioso farmaco per tutti i mali.
      Una volta dei malfattori, circondato il suo ufficio, vi penetrarono pensando che fosse deserto. Ma ecco che, all'improvviso, uscirono due armati i quali, incuranti della vita, combatterono contro gli aggressori volgendoli in fuga. Il governatore, stupito, domandò loro:" Io non vi ho mai visti prima, eppure avete lottato con grande coraggio; chi siete dunque?". La risposta fu:" Noi siamo le due grosse radici che per tanti anni ogni mattina tu hai mangiato con così incrollabile fiducia". E scomparvero.
      Quando si ha una fede profonda, la ricompensa giunge puntuale.

      Lo zen è essenzialmente questo: una profonda fiducia in assenza di garanzie o pronostici favorevoli.
      Abbiamo bisogno di sviluppare in noi un'incrollabile fiducia zen che possiamo cambiare il mondo.
      Solo questo può produrre un cambiamento.

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    2. Sorry: il monaco zen è Kenko Yoshida...

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    3. Ho appena scovato questa riflessione che continua il discorso e amplia il discorso.
      Credo sia di questo riflettere che abbiamo più bisogno ora, non di spaccare capelli in quattro a decidere chi votare.
      Prima capire, dopo decidere, no?

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