domenica 10 marzo 2013

Avventure in Oriente

"Io vado a caso, come gli eroi delle favole, in questo paese incantato, gittando occhiate discrete, e anche indiscrete, nell'interno delle case, dove la vita della famiglia si svolge sotto gli occhi di tutti, fermandomi a prendere delle istantanee, incantandomi davanti alle botteghe e alle relative bottegaie che, tra una vendita e l'altra, si riassestano la grande fascia di seta sulle anche o si riavviano la capigliatura con una mossa gentile delle mani lasciando intravvedere le belle braccia nude nella grandi maniche."

Luigi Barzini è costretto, nel suo viaggio di ritorno dalla Cina "via terra", a fare un'imprevista tappa in un piccolo porto del Giappone, e ne rimane incantato.

"I templi sono circondati di fiori. La pagoda per se stessa è poca cosa, i templi giapponesi sono ben lontani dal'avere la grandiosità di quelli cinesi; una casetta di legno, chiusa da una cancello di legno, davanti al quale i fedeli vanno a suonare la campanella che deve attirare l'attenzione del buon dio sopra di loro. Ma questa casetta di legno è posta in mezzo ad un paradiso fiorito, in cima a un colle - sempre - fra boschi di alberi centenari e bambù. Si prega all'aperto, ci si prostra sull'erba, sotto al cielo sereno. C'è qualcosa di grande nelle semplici forme di questa religione. Si adora Iddio in mezzo all'opera sua."

Cammina incessantemente per la città "come un tiratore di riksciò o un fattorino delle "poste Imperiali". Non chiede nulla e non vuole conoscere prima i nomi dei posti che scopre camminando. "L'inaspettato è bello", scrive subito prima di perdersi nel racconto di ciò che vede.

"Non avevo mai sentito di amare tanto la vita come nelle ore che ho passato in questo angolo di mondo del quale ignoravo persino il nome, e dove ero giunto a caso per vie che non saprei mai più ritrovare", scrive ripensando a un bosco dove ha trascorso qualche ora.

"Sono entrato nel bosco per un viale dirupato che saliva il monte a zig-zag. La terra era tutta costellata di camelie che fioccavano dagli alberi fioriti. Ogni tanto, fra i tronchi degli alberi, apparivano i riflessi verdi di minuscoli laghetti intorno ai quali l'erba s'infoltiva. Delle enormi azalee in fiore lasciavano cadere nell'acqua una pioggia delle loro campanelle rosate, ad ogni tormire di vento. Lontano, fra l'intreccio dei rami, il mare azzurro  e i monti dalle sagome strane come profili di nubi. Un cicaleccio di uccelli nell'ombra dei fogliami".

Questa la Nagasaki vista da Luigi Barzini il 28 marzo 1901.

Il 9 agosto 1945, tre giorni dopo la distruzione di Hiroshima, un aeroplano dell'aviazione statunitense, su ordine del Presidente americano Truman, succeduto a Roosvelt, sganciò una bomba atomica sulla città, distruggendo un terzo dell'abitato e provocando circa 66.000 vittime tra morti e feriti.
Così, fino ad oggi, l'unica idea che avevo di Nagasaki era quella del fungo atomico.
Migliaia di foto in bianco e nero a ricordarmi che per la civiltà occidentale, di cui ci insegnano dobbiamo essere fieri, il mondo non è che un insieme di posti da radere al suolo con mezzi sbrigativi, così da poterli poi ricostruire con dosi industriali di Burger King, Auchan o Tesco. 
Senza dimenticarci la San Pellegrino, l'acqua minerale per palati fini che ormai si trova (immagino), in ogni mensa ufficiali di civili esportatori di democrazia a base di uranio impoverito.
Da lontano nel tempo, le immagini in bianco e nero mi vengono oggi restituite da Luigi Barzini con così preziosi colori da rendermi intatto un mondo ormai perduto che rimpiango, come fosse solo quello, il mio.

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