giovedì 23 maggio 2013

Don Gallo

Da Megachip:Don Gallo: organico a quella porzione di mondo che non appare integrata nella storia. Negli ultimi c'è il futuro, la profezia laica che libera dalle rigidità del presente.

Come in un gioco di specchi, mi trovo a rileggere don Andrea Gallo (1928-2013) con le categorie del religioso che ho studiato a fondo, padre Ernesto Balducci (1922-1992), finché mi scopro ad ascoltare la recensione video che proprio Don Gallo ha fatto nel 2012 per introdurre una raccolta di testi di Balducci, nell'eloquio che offro anche al vostro ascolto.

«L'appartenenza alla famiglia umana è il senso laico di tutto», riassumeva Don Gallo, «e la laicità, che non vuol dire laicismo, è l'unico luogo dove tutti possono esprimere le proprie idee, la propria posizione, professare la religione propria. La laicità è proprio lo spazio ottimale perché si svolga la libertà di tutti i cittadini». E con queste categorie molto "occidentali" Don Gallo ripassava Balducci e accompagnava una critica serrata rivolta proprio all'Occidente, che si è fatto "fortezza" e vorrebbe respingere chi non si conforma a questa nuova realtà.

Ogni necrologio si sofferma ora su don Gallo "prete degli ultimi". Quando Gallo sottolineava che «l'appartenenza alla famiglia umana è il senso laico di tutto», parlava proprio degli ultimi. Aveva ben presente che Balducci aveva sottolineato che il povero è «l'uomo così com'è» al di sotto delle determinazioni di classe e culturali. «L'impotenza di queste determinazioni ad assumere in sé il povero, l'uomo non determinato che dal solo fatto di esistere, è la riprova empirica che la persona è sempre al di là delle identità derivanti dall'integrazione sociale».

È una chiave per comprendere anche le azioni di don Gallo: il religioso genovese era semplicemente organico a quella porzione di mondo che non appare integrata nella storia. Quella storia, fatta dai potenti, non prevede un piano B, porta al disastro e distrugge il futuro, spegne la profezia e la speranza. Presso gli ultimi c'è invece il futuro, la profezia laica che libera dalle rigidità del presente. Pensare agli ultimi è una sorta di pensiero laterale che reinventa la logica, oltre la logica esistente. Se siamo integrati siamo editi, mentre nel povero c'è l'uomo inedito. La riscoperta di Balducci, richiamata in modo partecipe dal fondatore della comunità genovese di San Benedetto al Porto, vorrei usarla riproponendo in onore di Don Gallo queste parole balducciane: «il linguaggio profetico non è quello che si avventura in predizioni trascritte in calendari immaginari, è quello che denuncia l'inaccettabilità della città presente e descrive la città futura nella quale si sarà definitivamente avverata la coincidenza tra il possibile e il reale.»

Pino Cabras


Dal libro di Andrea Gallo, "Così in terra, come in cielo":

Durante un tributo a Fabrizio De Andrè, a cui parteciparono i big della canzone, Dori Ghezzi «riservò 250 posti per me, e io mi presentai a teatro coi miei derelitti. Qualcuno dell'organizzazione intendeva mandarli nel loggione, confinarli lassù, con la scusa che non c'era più spazio a disposizione. "Non vi preoccupate" dissi "ci penso io." Fermai il traffico della sala e come un vigile li feci sedere in platea, tre qui, due là, tossici, barboni, prostitute accanto a notai, dame e politici.
"No, lì no" mi intimarono. "Lì ci va il ministro della Cultura Giovanna Melandri."
"Allora le mettiamo accanto una puttana delle vecchie case, vedrai come esce arricchita dall'incontro!"
Erano tutti molto preoccupati, mi chiedevano garanzie su ciò che sarebbe successo e io li tenevo sulle spine rispondendo che non potevo saperlo, essendo io un prete, non un indovino. Invece sapevo benissimo ciò che poi accadde: i miei emarginati erano quelli che durante le canzoni piangevano veramente.»

6 commenti:

  1. Un prete laico, libertario e umanista, e non si tratta di ossimori, nel caso di Don Andrea Gallo.

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    1. No, infatti. Don Gallo è stato la prova vivente del fatto che a fare la differenza non è l'abito che indossi, ma l'uomo che ci metti dentro.
      E lui era un prete e un Uomo. Insieme. Mai dimentico del messaggio umano di cui è portatrice una profonda vera spiritualità.
      La chiesa, qualunque chiesa, è sempre un "apparato", per questo finisce spesso per dimenticare il senso del suo esistere.
      E' stata questa sua reale e profonda vicinanza spirituale agli uomini, chiunque fossero, senza distinzioni, che ha toccato chiunque lo ascoltasse.

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  2. "il povero è «l'uomo così com'è» al di sotto delle determinazioni di classe e culturali."

    E' vero, purchè non si faccia condizionare dalla povertà (e non è facile)

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    1. Questione interessante, quella sul "condizionamento" della/dalla povertà.
      Mi sorgono mille domande:
      1. non è già una "condizione" cui non ci si può sottrarre, la povertà?
      2. Può la povertà avere dei fattori che inducono all'auto-condizionamento? Cioè, può la povertà essere uno status cui il povero tende e a cui si affeziona?
      3: La povertà è una condizione invidiabile e quindi un'aspirazione?
      Letta alla leggera, il primo sospetto che mi viene è che il tuo "purché non si faccia condizionare", sia una di quelle conclusioni alla "pasta al pomodoro a gratis", in stile Fornero.
      Ma, poiché so che non induci a cinismi simili, mi chiedo se sono io a interpretare in modo errato la tua considerazione.
      Puoi chiarire? Grazie.

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  3. Ora vengo e mi spiego, alla Montalbano. La povertà è vista male, nella società. I Don Gallo sono davvero pochi, la maggior parte della gente prova istintivamente repulsione e persino paura dei poveri e della povertà. E gli stessi "poveri" faticano ad ammettere di essere tali, perchè un pò se ne vergognano. Ecco, queste sovrastrutture e pre-giudizi sociali intaccano non poco la coscienza di sè di chi è povero; la frase di don Balducci è per me molto bella e molto azzeccata, illuminante, ma temo che si applichi a quei "poveri" che siano davvero forti culturalmente per sentire che la povertà non è più un fardello spirituale, ma solo materiale. Un pò come Thoreau.

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    1. Vero, della povertà hanno paura tutti, sia chi povero non è (e prova istintivamente a rimuovere il problema distogliendo lo sguardo con "repulsione"), che chi povero lo è, perché se ne vergogna.
      Appunto.
      Per questo la tua ultima affermazione è stata spunto per un interessante dibattito fra amici, ieri sera.
      Può esistere, in questa società fondata sulla spinta all'individualismo e alla competizione, una povertà che non sia insieme fardello spirituale e materiale?
      Per come la vedo io, spirito e materia si nutrono l'uno dell'altra, è impossibile separare la sofferenza materiale da quella spirituale.
      Non è forse proprio questa, a spingere alla disperazione chi è povero?
      O, quando è "culturalmente forte", anche riconoscendone le radici non in sé ma nell'effetto di una causa che sta a monte, non è l'inevitabile sofferenza spirituale che lo riduce comunque al silenzio per istinto di autoprotezione?
      Non è così facile, parlare di povertà, se onestamente la si osserva analizzandone a fondo cause e effetti.
      Forse, come ben aveva intuito Don Gallo, non è facile proprio perché mette a nudo il povero ma, per effetto specchio, mette a nudo anche chi non è povero ed è comunque costretto a guardarla sentendosi chiamato a risponderne.
      Esiste, alla fine, una povertà che non sia effetto di sopraffazione dell'uomo sull'uomo? O di una mancata empatia, con quel meno dell'uno che diventa un di più per l'altro?

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