sabato 11 maggio 2013

Sotto un sole nero

Se…
Se il linguaggio è la prima cosa a cambiare, già prima dell’instaurarsi vero e proprio di una dittatura, si dovrebbero scrivere racconti distopici solo nello stile adottato dall’autore per questo racconto, per renderne appieno il clima.
Non vi sono dialoghi, nel testo.
Non vi sono descrizioni ambientali.
Non viene dato spazio ad alcun perché, ad alcun prima, né viene presentata a chi legge una qualsiasi teoria a supporto dell’instaurarsi dell’Ordine.
L’Ordine azzera il prima, cancella domande e non cerca perché.
Tutto tace, tutti tacciono.
Perché “Il silenzio premia”, dice a se stessa uno dei piccoli personaggi a pagina 20.
Tutto avviene "dentro", espresso nel linguaggio interiore. Noi sappiamo tutto su questo possibile inquietante futuro solo seguendo i monologhi interiori dei pochi simbolici personaggi, tutti senza nome, senza volto, senza alcuna identità.
E’ la voce di chi parla fra sé e Sé con il proprio dolore, con le proprie paure, con i propri fragili sogni o con momentanei entusiasmi subito spenti dalla realtà binaria: zero-uno.
Il mondo dell’Ordine non consente vie di fuga terze.
Perché l’Ordine può imporsi solo alterando il linguaggio fino a spegnere di senso ogni parola che non sia sì-no, buono-cattivo, giusto-sbagliato.
La voce della paura è un silenzio scandito da bisogni essenziali e ansie che non devono esprimersi.
Mentre leggevo, continuavo a vedermi spuntare alla mente l’Urlo di Munch, l’urlo che non ha suono perché non ha più corpo alcuno, l’essere, per il potere.
Un silenzio qui rotto da spari che non si devono sentire, tuoni di bombe che non bisogna notare, crolli di case e deflagrazioni misteriose dopo le quali riappare la luce del sole, quello vero, quello che brilla in un cielo azzurro sconosciuto ai più piccoli e ricordato con pena dagli adulti.
Ma anche la meraviglia va tenuta per sé, il cielo va sbirciato di nascosto e la piccola gioia occultata dietro un indifferente sorriso alla maestra.
Per il resto, i suoni sono quelli dei tacchi sull’asfalto, del cannone alla parate quotidiane, dello sfrigolìo della pancetta sui fornelli, delle risate dei soldati mentre…No, non ho visto né sentito niente.
Se Orwell invitava gli intellettuali a farsi difensori attivi del linguaggio e della parola, contro ogni tentativo del potere di spegnere voci critiche e parole violente "da fermare prima che possano degenerare in eversione”, direi che questo racconto parla nell’unico linguaggio consentito a chi in una dittatura già forse si avvia a vivere, e non lo sa.
Perché non vi è poi alcun bisogno di censura, in una dittatura: dove l’Ordine disciplina ogni singolo gesto, parola e attività della giornata, e chi critica è punito in quanto eversore, è l’autocensura, la vera cifra espressiva del dramma in atto.
E’ una distopia perfetta, fino alla fine, quella presentata in questo racconto.
Perfetta perché nemmeno la possibile salvezza finale, sembra poter essere tale.
Sono infatti un’infinita serie di “Se…”, a chiudere l’opera.
La speranza rimane così sospesa, in forse, anche quando pare essere appena arrivata.


Sotto un Sole nero - di Ivano Mingotti - Ded'a Edizioni

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