sabato 22 giugno 2013

Viaggi

Verso la fine della lettura dei Veda Mantramanjari (Raimon Panikkar), proseguita ininterrottamente dal giugno 2009 all'agosto 2012, avevo sentito la necessità a un certo punto di riprendere la lettura della Baghavad-Gita, iniziata forse 10 anni fa e poi mollata lì, forse in attesa che fossero proprio i Veda di Panikkar a farmela riprendere in mano.
Lettura, questa della Baghavd-Gita, proseguita poi ogni sera fino al giorno in cui un amico, del tutto casualmente, mi parlò dell'acquisto di un libro, Avventure in Oriente, di Luigi Barzini.
Non conoscendolo, gli chiesi se me lo prestava.
Da lì è iniziata una sequenza concatenata di letture che somiglia molto a un viaggio spazio-temporale.

Barzini racconta nel suo primo viaggio in Cina, nel 1901, inviato dal Corriere della Sera a seguire la Guerra dei Boxer, dello stupore che lo prende quando all'improvviso una sera si trova a guardare per la prima volta, attraversi i varchi praticati brutalmente dall'esercito tedesco nel muro di cinta, la Città Imperiale, fin lì rimasta inviolata agli sguardi degli stessi cinesi.
Ciò che vede (e racconta con uno sguardo quasi fotografico), è qualcosa che non esisterà più già di lì a un anno.
Non esisteranno più non solo quei giardini, gli ornamenti dei palazzi, le piante e gli oggetti che li arredano (che vengono trafugati e messi in commercio dagli stessi soldati occidentali che per primi varcano quel muro per farsene riparo), ma non esisterà mai più quella stessa cultura che si era preservata intatta, fino al 1901, proprio grazie all'isolamento in cui viveva.
Le riflessioni di Barzini su quel mondo, di cui aveva certo letto e sentito parlare ma del quale forse sapeva solo ciò che ne riportavano i viaggiatori occidentali dallo sguardo inesorabilmente occidentale, sono state per me illuminanti.
Racconta non solo ciò che vede, ma ciò che coglie di una cultura millenaria nel suo relazionarsi quotidiano con quei cinesi vissuti, fino a pochi giorni prima, all'ombra dell'Impero Celeste, che da lì non esisterà mai più.

Non avevo granché voglia poi di leggere, nello stesso libro, il reportage finale del suo avventuroso viaggio in auto da Pechino a Parigi, il primo di questo genere che sia mai stato fatto.
Invece, complice quella ritrosia a chiudere un libro finché non l'abbia effettivamente terminato di leggere, lessi pure quello, aspettandomi la noia mortale di tre squinternati che parlano solo di macchine e motori.
Sbagliato.
Quel viaggio finisce per diventare una sorta di bretella mentale che mi riunisce geograficamente, culturalmente (e politicamente), Oriente e Occidente.
Attraversano deserti fino ad allora inesplorati, l'auto sale arrancando a fatica per valichi dove nessun uomo occidentale ha prima mai messo piede.
Tanto meno vi sono mai passate prima delle ruote d'auto.
Racconta di villaggi sperduti per trovare i quali, mancando delle dettagliate carte topografiche che non fossero quelle a spanne redatte dai russi a metà '800, seguono i fili del telegrafo che collegano fra loro posti che distano chilometri di deserto, valli acquitrinose in cui l'auto affonda, strade di pietra e sassi o ponti improvvisati con tronchi gettati fra una sponda e l'altra su fiumi formatisi all'improvviso per lo scioglimento delle nevi in lande russe desolate e alla fine del mondo.
Appassionante.
Subito dopo il Barzini, lo stesso amico al quale lo stavo riconsegnando aveva in mano un nuovo libro, comprato (diceva), per averlo trovato citato nella biografia di una rock star che aveva letto: 
Il Grande Gioco.
Libro ostico e noiosissimo, parla però della ancora attuale lotta dell'occidente per il dominio di una delle zone più massacrate dall'avidità colonialista occidentale, quella che va dalla catena dell'Hindu-Kush e termina più o meno nell'attuale Siria.
In mezzo, soprattutto, l'Afghanistan e l'attuale Pakistan; e quindi il Kashmir, il Punjab, etc.
Insomma, Il Grande Gioco tornava a farmi esplorare quell'Asia Centrale della quale fin lì non avevo mai capito niente perché troppo confuse sono, ancora oggi, le notizie che ne parlano. 
Peter Hopkirk, l'autore, racconta con una a volte maniacale dovizia di dettagli, delle interne guerre tribali e delle battaglie fra Russia e Impero Britannico, la prima intenzionata a estendere i propri domini verso l'India, l'altra a proteggerli dal rischio dell'invasione russa cercando in Afghanistan una sorta di zona cuscinetto.
In mezzo, siamo fra metà '800 e primi '900, popolazioni che vivono in un territorio così vasto da a malapena conoscere le reali dimensioni dei nemici interni sui quali favoleggiano, figurarsi il conoscere la potenza militare del nemico che arrivava da mondi sconosciuti.
La noia nei dettagliati racconti sulle guerre interne o contro gli invasori, molto simili alle attuali, mi ha portato però ad appassionarmi alle culture di quei territori: molto diverse fra loro, e sempre in lotta fra loro, si trovano unite nel fronteggiare di volta in volta l'appetito occidentale, il quale prova ogni volta a piegarle con trucchi, allettamenti e tradimenti, qualche volta riuscendoci, altre no.
Con la lettura de Il Grande Gioco torno a lambire sia la cultura buddhista sia, più spesso (e per me è una scoperta), la cultura islamica, aiutandomi questa lettura a comprendere che non sempre e non dovunque queste sono così nettamente separate e che anzi, in alcune comunità e in alcuni territori, l'una sconfina spesso nell'altra quando non in una terza, che magari affonda in riti animistici lontani nel tempo.
Ma la religione, fin lì, fino alla fine de Il Grande Gioco, non entra mai a dividere ideologicamente: è sempre e solo una questione di dominio del territorio e aumento delle ricchezze, mai una questione "religiosa".
Dal Il Grande Gioco per me (e per le questioni di "religione"), è finita.

Chiedo a prestito Kabul, di Ettore Mo, e apprendo altre cose.
Ad esempio, imparo a distinguere fra loro le varie popolazioni che abitano l'Afghanistan, cosa fino a Mo per me non facilissima.
Subito dopo arriva a sorpresa, in regalo, 
Imperi dell'Indo.
Libro grandioso. L'autrice parte per un viaggio che la porterà (e porterà me), dal delta dell'Indo, a Karachi e, risalendo il fiume, al massiccio del Kailas o Kangri, dove l'Indo nasce.
La ricchezza di questo libro sta tutta nella notevole cura che l'autrice riserva ai dettagli, storici, geografici e culturali, e nel suo raccontare storie antiche e odierne delle terre e delle popolazioni che incontra lungo i 3.180 km che separano il delta dalla sorgente del fiume sacro della cultura vedica.

Non si può infatti parlare del Pakistan (e dell'India che è stato), che l'Indo percorre per molti chilometri prima di arrivare a Karachi, senza parlare della Partizione, cioè della separazione artificiosa dell'India che nel 1947 diede vita a questo paese operando una divisione che doveva cinicamente separare i mussulmani indiani dal resto dell'India, dove prevalgono induisti e buddhisti (ma non solo).

Ma poi, mica corrisponde mai a una realtà sociale oggettiva, una religione. 
Lì poi, forse più che ovunque, la cosa è molto più complessa di quanto ogni politica riuscirà mai ad amministrare separando e legiferando.
L'Islam del Pakistan è una mera forzatura politica che ha creato più devastazioni umane di quante ne potrebbe mai fare una convivenza, per quanto litigiosa, fra culture diverse.
A confermarlo, le storie che l'autrice raccoglie (e riporta), dalle persone che incontra e che ancora oggi vivono nei villaggi pakistani lungo le sponde dell'Indo, o andandoseli proprio a cercare nei villaggi sui monti intorno.
Non si può parlare del Pakistan, in ogni caso, senza parlare dell'Afghanistan, con cui condivide da sempre storie di confine.
E non si può parlare dell'Afghanistan senza parlare del Turkmenistan, dell'Uzbekistan, del Tagikistan, della Cina o dell'Iran.

Così, strada facendo, mi trovo a leggere da mesi storie sulle stesse popolazioni e a proseguire un viaggio iniziato con Barzini e Avventure in Oriente (che sfiora però solo alcuni tratti del percorso), proseguito con Hopkirk e Il Grande Gioco per tornare, dopo aver insieme a Alice Albinia ripercorso tratti (come luoghi e come citazioni), dei Veda e ricordato con lei altri brani della Baghavad-Gita, fin su, alla sorgente del fiume, cioè al Tibet, punto da cui tutto per me parte e a cui tutto pare sempre tornare.

Inevitabile, anche se non c'è stata intenzione nella scelta ma più un "impulso", il rileggere in questi giorni 
Vita di Milarepa, il mistico allievo di Marpa da cui discende il buddhismo tibetano, letto all'inizio, cioè parecchi anni fa, quando nemmeno immaginavo cosa poi...
Non sono finite le coincidenze.
Mi turba, la rilettura di Vita di Milarepa. 
Vi scopro alcuni passaggi che mi accorgo solo ora quanto abbiano influenzato la mia vita, quanto molte delle mie decisioni, apparentemente prive di senso e logica, affondino le radici in questa che è forse una delle mie radici più tenaci.
Così l'ho messo temporaneamente in sosta.

Un paio di giorni fa, mentre andavo al lavoro, ascoltavo Wikiradio, su Rairadio3.
Parlavano di Carlos Castaneda, altra lettura semi-dimenticata, come non fosse stata per me che una delle tante buone letture con però la pecca di finire per essere, a un certo punto, "datate".
Invece...
Tornata a casa, la sera, mi erano rimaste in testa alcune frasi sentite alla radio che parevano volermi riportarmi nuovamente alla sorgente, cioè al Kailas, luogo tibetano da cui nasce l'Indo che sfocia a Karachi.
Così cerco in rete e, mai avuto così tanta fortuna, trovo subito i libri di Castaneda gratuiti e in pdf. 
Posso non scaricare subito 
A scuola dallo Stregone? Scarico e inizio a ri-leggere. Da lì mi prende una sorta di rivelazione tutta mia. 
Mentre seguo gli insegnamenti di Don Juan, mi accorgo che posso applicare al mio percorso i suoi stessi insegnamenti, che sembrano adattarsi alla perfezione a ogni percorso di conoscenza.
Cambiano gli oggetti, cambia il contesto, cambiano i nomi delle cose e le cose stesse, ma non il senso, che rimane lo stesso.
Scopro, mentre continuo la rilettura degli insegnamenti di Don Juan all'allievo Castaneda, che anch'io ho percorso alcune tappe dopo la prima lettura di Milarepa; tappe che posso misurare oggi proprio grazie a questa fortuita rilettura che mai, avrei pensato mi sarebbe tornata in mano oggi per aiutarmi a comprendere meglio quali sono stati gli ostacoli superati (e che valore hanno), e quali ancora potrebbero essere quelli che mi attendono nella mia risalita verso la sorgente.
Le lezioni di Don Juan sembrano indicarmi un senso molto pratico delle cose che forse non vi avevo mai visto, che forse nemmeno mi era chiaro potessero esserci, quando credevo all'epoca di averne compreso la potenza e insieme a questa il mio limite.
Così, volendo tener traccia di questo strano mondo che mi porta a seguire, senza cercarle (ma forse anche sì), delle tappe che sono insieme geografiche, storiche, culturali e personali, ho voluto oggi prenderne nota qui.
Per me.
Ecco tutto.
Fosse mai che di qui a non molto avessi necessità di ritrovare dei punti di collegamento, ora so dove trovarli.
Insomma, questo non vuole essere un post, ma una mappa sulla quale sto collegando le mie valli, i miei fiumi, i miei deserti mentre prendo nota delle mille lingue parlate dal mondo che incontro in un viaggio del quale mi pare di vedere solo ora, e per caso, una direzione.

1 commento:

  1. ciao Rossland, quale è la tua e-mail? La mia è sergio.dicori@yahoo.com

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