venerdì 13 settembre 2013

La grande mollezza - di Beppe Sebaste

La grande mollezza

Meno male che Pasolini lo avevano già ammazzato, lui che aveva la mania della verità. Chi si sarebbe immaginato di provare nostalgia della Democrazia Cristiana, dello stile manieristico e andreottiano nell’esercizio del potere - che visto da qui riluceva come età d’oro di un umanesimo perduto? Negli ultimi quindici anni anche guidare le automobili emanava un’arroganza prima inconcepibile, “comunista” era un insulto verso chi ricordava di fermarsi col rosso, mettere la freccia, lasciare il posto agli invalidi o alle strisce pedonali. Prepotenza e disprezzo venivano ostentati, ogni violenza era passata prima attraverso aggressioni rovinose al linguaggio e allo stile. Ma chi criticava tutto questo era ormai uno sfigato acrimonioso, e fare le cassandre o andare contro corrente rendeva sgradevoli perfino a se stessi, come avere l’alitosi o la fama di portare sfiga. Opporsi spingeva alla solitudine e all’infelicità (non che qualcuno fosse davvero felice).
   Il premier era il grande alibi di tutti (che fosse o no in carica, era sempre lui il premier): meglio quindi che fosse ladro, corruttore, puttaniere, magari stupratore di minorenni. Si era nascosto nella politica grazie ai suoi miliardi, a loro volta frutto d’illegalità, corruzioni e contaminazioni mafiose, per evitare di fallire e di essere incriminato. Aveva continuato da politico ad arricchirsi illegalmente, e anche a farsi beccare dalla legge. Ma essendo diventato un politico, anzi un primo ministro, si dichiarò perseguitato da giudici “politicizzati” e pretese di esserne immune.
   Naturalmente era il contrario, era lui che politicizzava ogni accusa o testimonianza giuridica, anche se veniva colto in flagranza di reato - corruzione, evasione fiscale, abusi di potere, imbrogli, sfruttamento della prostituzione o altro. La flagranza di reato era una palese intrusione dei giudici prevenuti, prova evidente del suo essere perseguitato. Perseguire ladri e corrotti era un inaccettabile abuso di potere. Occorreva riformare la giustizia.
   La “politica” stessa, salvo quella esercitata da lui, era una pratica squallida da bandire dagli orizzonti del popolo. Ogni critica alle sue azioni era ostacolo all’esercizio della sua provvidenziale attività. Pretendere che si assumesse la responsabilità morale e penale dei suoi atti, come chiunque altro, era un’idea ingiuriosa, come l’esercizio insolente della giustizia e l’incredibile pretesa di contrastare la sua immunità. Era il solo vero problema del Paese, detto anche “comunismo”. Fondamento della sua immunità era una sacra tautologia, tutt’uno con la sua immensa e mai spiegata ricchezza (prova inconfutabile, in altri tempi, della benevolenza divina), e il suo successo elettorale che era inseparabile dalla sua immensa ricchezza, comprensiva della proprietà di quasi tutti i mezzi d’informazione, televisioni soprattutto. Fondamento della sua attività politica era la cooptazione di sudditi e servi a seconda del momento - calciatori e giudici, suonatori e senatori, mignotte e ministri/e, giornalisti.
   Beata impudenza totalitaria, beata criminale noncuranza, beata tautologia partecipata! Ci si poteva perfino chiedere se, com’era successo con Andreotti e il fascismo democristiano, si sarebbe potuto sentire nostalgia, un giorno, per questo fascismo anestetico e pubblicitario da fantascienza anni Sessanta, da Joker di Gotham City - che inglobava, manipolava e azzerava tutto, anche l’opposizione (quando c’era), anche gli avversari (se ce n’erano), anche (per esempio) la storica casa editrice Einaudi, luogo in cui un tempo venne elaborato il migliore antifascismo italiano.
   Quando l’opposizione casualmente arrivò al governo, ovvero lo schieramento politico detto “di sinistra” (o meglio, politicamente più corretto, “diversamente di destra”), quando si trovò a gestire il Paese quasi inciampando su se stessa, si comportò nei confronti del governo precedente allo stesso modo in cui questo si era comportato con la camorra nella gestione dei rifiuti tossici in Campania: legalizzando le sue discariche abusive e rendendole magicamente “di Stato”, militarizzandole con divieti e soldati per evitare ogni controllo democratico da parte di cittadini e di giudici. Ecco così che, ritiratosi in parte dall’esercizio del potere il ricchissimo premier alle prese coi giudici “politicizzati”, l’opposizione diventata governo (che ormai da tempo non voleva essere chiamata “di sinistra”) legalizzò uno dopo l’altro i disastri criminali, le violazioni alla democrazia, le leggi a beneficio dei potenti e tutti gli altri violenti scossoni volti ad abbattere la re-pubblica, precedentemente compiuti dal capo dei pubblicitari e dai suoi ministri.
   Tutto, l’opposizione divenuta “governo”, ratificò e mantenne come parte acquisita e modernizzata dello Stato, come riforma, come se subentrasse a se stessa, non a un governo a cui si era opposta. Ignorò quindi totalmente i propri elettori, che per anni avevano manifestato con disperata energia contro quelle leggi, quell’erosione della re-pubblica, quei tagli alla scuola, alla salute e alla vita, contro quella dismissione della democrazia, quel vertiginoso aumento della povertà e lo smantellamento di tutto ciò che era sociale e bene comune, dalle panchine ai teatri al mare al sapere, contro la guerra ai poveri per aiutare i ricchi, contro tutta quella barbarie. Le priorità erano altre, disse l’ex sinistra diventata di governo, erano sempre altre - evitare nuove minacciate recessioni economiche, nuovi tagli, nuove povertà, nuovi baratri; difendere i diritti era guardare al passato e invece bisognava guardare avanti, occorreva tassare i poveri per dare soldi alle banche che perdevano profitti.
   In altre parole, non potendo e non volendo più fare l’antifascismo o difendere la democrazia e la repubblica, la nuova "sinistra" (diversamente di destra) ebbe l’idea geniale di legalizzarlo, il fascismo, di renderlo altro, con un guizzo da pubblicitari (alla Berlusconi), cioè semplicemente cambiando le parole (“se le Fiat non vendono - aveva detto anni prima il premier - chiamiatele Ferrari”). Se fascismo non suona bene, chiamiamolo governo di necessità.
   Fu questo circolo vizioso, autentico capolavoro orwelliano, a realizzare il primo e più audace totalitarismo democratico, un potere esercitato con l’avallo di un’intera classe politica, anzi di un intero Paese - con l’avallo quindi di ognuno di noi, e in assenza soltanto, diciamo così, di rompiscatole patologici come Pier Paolo Pasolini, l’originale essendo stato per sua fortuna già ammazzato più di trent’anni prima. Tutti, intellettuali compresi, anzi soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era volgare e noioso, se non da sfigati.
   Il Presidente della Repubblica, un tempo membro del glorioso Partito comunista ma ormai irriconoscibile, arrivò a dichiarare che “la continuità di governo è un elemento essenziale”. A futura memoria, scrissi che non ero d’accordo per nulla col suo operato, e pensavo che il livello di bassezza morale e politica in cui era sprofondata l’Italia negli ultimi anni fosse più grave di qualsiasi crisi economica, alibi per ogni continuità e ogni involuzione della re-pubblica. Cos’altro poteva accadere ad esempio nella povera e corrotta Grecia oltre alla prostituzione di massa che, da anni, noi praticavamo per primi? Gli Italiani non erano già un popolo di escort?
   Ma la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso.
di Beppe Sebaste

Ecco come commentavo questo post pubblicato lo scorso luglio sul suo blog da Beppe Sebaste:

“Tutti, intellettuali compresi, anzi soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era volgare e noioso, se non da sfigati.“

E' qui, che i conti non tornano.
Noioso? Volgare? Da sfigati?
Un intellettuale (o uno scrittore), che prima di opporsi apertamente, pubblicamente, civilmente, fa considerazioni (fa cioè le classifiche) sull'opportunità o meno di esprimersi, nel timore di vedersi appiccicare l'etichetta di "sfigato", non serve a nulla.
Nemmeno a se stesso.
Non può considerarsi un "intellettuale", non lo è.
Chi ha in dono l'arte della parola ha il dovere civile di usarla per dire, qualunque cosa pensi o abbia da dire.
Se non lo fa un intellettuale, come potrà mai farlo chi non sa esprimersi che con un sapere delle mani o del corpo?
Se a dire non è chi ha la parola come mezzo, inutile lamentare il silenzio, o l'accettazione dello stato delle cose così come sono, da parte di chi è muto per destino sia socialmente che intellettualmente.
"la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso."
La paura è naturale ci sia. E' nello sfidarla che l'intellettuale compie quell'azione che fa della parola lo strumento potente che è.
Se la parola non arma il pensiero, aumentando la consapevolezza anche in chi parole non ha, non è altro che inutile rumore di fondo, buono per salotti e segaiole congreghe di fuffari delle virgole e dei punti.
Ho sempre creduto che questo fosse il compito dell'intellettuale: mettere il frutto del proprio lavoro a disposizione di chi, per storia o per destino, non ha accesso agli strumenti che sono invece gli specifici ferri del mestiere di chi lavora con la mente, con l'intelletto, appunto.

Sapere, e tacere (pensare, e tacere), per paura (o per evitare l'etichetta di sfigati), non è una scusante: è una scelta precisa di occultamento, di nascondimento di ciò che da senso al lavoro di un intellettuale.
Diversamente, l' "intellettuale" non c'è.
Ma forse, in questo paese, gli intellettuali sono finiti con Pasolini.
Oppure la paura, dopo di lui, li ha ammazzati tutti sul nascere.
Questo proprio perché condivido l'opinione dei commenti che mi precedono: qual è il senso di postare "solo" qui questo straordinario pezzo?
Perché non divulgarlo, proporlo (almeno)...


Mi risponde oggi: "Credo più nel virale, che negli organi di stampa".
Anch'io.

2 commenti:

  1. ovvero lo schieramento politico detto “di sinistra” (o meglio, politicamente più corretto, “diversamente di destra”), quando si trovò a gestire il Paese quasi inciampando su se stessa...

    Questo "quasi inciampando su se stessa" è da Oscar, nemmeno un disegnatore satirico saprebbe rendere con questa sintesi il punto nel quale finisce l'illusione e inizia lo psico- dramma nazionale

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