Meno male che Pasolini lo avevano già
ammazzato, lui che aveva la mania della verità. Chi si sarebbe
immaginato di provare nostalgia della Democrazia Cristiana, dello stile
manieristico e andreottiano nell’esercizio del potere - che visto da qui
riluceva come età d’oro di un umanesimo perduto? Negli ultimi quindici
anni anche guidare le automobili emanava un’arroganza prima
inconcepibile, “comunista” era un insulto verso chi ricordava di
fermarsi col rosso, mettere la freccia, lasciare il posto agli invalidi o
alle strisce pedonali. Prepotenza e disprezzo venivano ostentati, ogni
violenza era passata prima attraverso aggressioni rovinose al linguaggio
e allo stile. Ma chi criticava tutto questo era ormai uno sfigato
acrimonioso, e fare le cassandre o andare contro corrente rendeva
sgradevoli perfino a se stessi, come avere l’alitosi o la fama di
portare sfiga. Opporsi spingeva alla solitudine e all’infelicità (non
che qualcuno fosse davvero felice).
Il premier era il grande alibi di
tutti (che fosse o no in carica, era sempre lui il premier): meglio
quindi che fosse ladro, corruttore, puttaniere, magari stupratore di
minorenni. Si era nascosto nella politica grazie ai suoi miliardi, a
loro volta frutto d’illegalità, corruzioni e contaminazioni mafiose, per
evitare di fallire e di essere incriminato. Aveva continuato da
politico ad arricchirsi illegalmente, e anche a farsi beccare dalla
legge. Ma essendo diventato un politico, anzi un primo ministro, si
dichiarò perseguitato da giudici “politicizzati” e pretese di esserne
immune.
Naturalmente era il contrario, era lui
che politicizzava ogni accusa o testimonianza giuridica, anche se
veniva colto in flagranza di reato - corruzione, evasione fiscale, abusi
di potere, imbrogli, sfruttamento della prostituzione o altro. La
flagranza di reato era una palese intrusione dei giudici prevenuti,
prova evidente del suo essere perseguitato. Perseguire ladri e corrotti
era un inaccettabile abuso di potere. Occorreva riformare la giustizia.
La “politica” stessa, salvo quella
esercitata da lui, era una pratica squallida da bandire dagli orizzonti
del popolo. Ogni critica alle sue azioni era ostacolo all’esercizio
della sua provvidenziale attività. Pretendere che si assumesse la
responsabilità morale e penale dei suoi atti, come chiunque altro, era
un’idea ingiuriosa, come l’esercizio insolente della giustizia e
l’incredibile pretesa di contrastare la sua immunità. Era il solo vero
problema del Paese, detto anche “comunismo”. Fondamento della sua
immunità era una sacra tautologia, tutt’uno con la sua immensa e mai
spiegata ricchezza (prova inconfutabile, in altri tempi, della
benevolenza divina), e il suo successo elettorale che era inseparabile dalla
sua immensa ricchezza, comprensiva della proprietà di quasi tutti i
mezzi d’informazione, televisioni soprattutto. Fondamento della sua
attività politica era la cooptazione di sudditi e servi a seconda del
momento - calciatori e giudici, suonatori e senatori, mignotte e
ministri/e, giornalisti.
Beata impudenza totalitaria, beata
criminale noncuranza, beata tautologia partecipata! Ci si poteva perfino
chiedere se, com’era successo con Andreotti e il fascismo
democristiano, si sarebbe potuto sentire nostalgia, un giorno, per
questo fascismo anestetico e pubblicitario da fantascienza anni
Sessanta, da Joker di Gotham City - che inglobava, manipolava e azzerava
tutto, anche l’opposizione (quando c’era), anche gli avversari (se ce
n’erano), anche (per esempio) la storica casa editrice Einaudi, luogo in
cui un tempo venne elaborato il migliore antifascismo italiano.
Quando l’opposizione casualmente
arrivò al governo, ovvero lo schieramento politico detto “di sinistra”
(o meglio, politicamente più corretto, “diversamente di destra”), quando
si trovò a gestire il Paese quasi inciampando su se stessa, si comportò
nei confronti del governo precedente allo stesso modo in cui questo si
era comportato con la camorra nella gestione dei rifiuti tossici in
Campania: legalizzando le sue discariche abusive e rendendole
magicamente “di Stato”, militarizzandole con divieti e soldati per
evitare ogni controllo democratico da parte di cittadini e di giudici.
Ecco così che, ritiratosi in parte dall’esercizio del potere il
ricchissimo premier alle prese coi giudici “politicizzati”,
l’opposizione diventata governo (che ormai da tempo non voleva essere
chiamata “di sinistra”) legalizzò uno dopo l’altro i disastri criminali,
le violazioni alla democrazia, le leggi a beneficio dei potenti e tutti
gli altri violenti scossoni volti ad abbattere la re-pubblica,
precedentemente compiuti dal capo dei pubblicitari e dai suoi ministri.
Tutto, l’opposizione divenuta “governo”, ratificò e mantenne come parte acquisita e modernizzata dello Stato, come riforma,
come se subentrasse a se stessa, non a un governo a cui si era opposta.
Ignorò quindi totalmente i propri elettori, che per anni avevano
manifestato con disperata energia contro quelle leggi, quell’erosione
della re-pubblica, quei tagli alla scuola, alla salute e alla vita,
contro quella dismissione della democrazia, quel vertiginoso aumento
della povertà e lo smantellamento di tutto ciò che era sociale e bene
comune, dalle panchine ai teatri al mare al sapere, contro la guerra ai
poveri per aiutare i ricchi, contro tutta quella barbarie. Le priorità
erano altre, disse l’ex sinistra diventata di governo, erano sempre
altre - evitare nuove minacciate recessioni economiche, nuovi tagli,
nuove povertà, nuovi baratri; difendere i diritti era guardare al
passato e invece bisognava guardare avanti, occorreva tassare i poveri
per dare soldi alle banche che perdevano profitti.
In altre parole, non potendo e non
volendo più fare l’antifascismo o difendere la democrazia e la
repubblica, la nuova "sinistra" (diversamente di destra) ebbe l’idea
geniale di legalizzarlo, il fascismo, di renderlo altro, con un guizzo
da pubblicitari (alla Berlusconi), cioè semplicemente cambiando le
parole (“se le Fiat non vendono - aveva detto anni prima il premier -
chiamiatele Ferrari”). Se fascismo non suona bene, chiamiamolo governo
di necessità.
Fu questo circolo vizioso, autentico
capolavoro orwelliano, a realizzare il primo e più audace totalitarismo
democratico, un potere esercitato con l’avallo di un’intera classe
politica, anzi di un intero Paese - con l’avallo quindi di ognuno di
noi, e in assenza soltanto, diciamo così, di rompiscatole patologici
come Pier Paolo Pasolini, l’originale essendo stato per sua fortuna già
ammazzato più di trent’anni prima. Tutti, intellettuali compresi, anzi
soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare
opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era
volgare e noioso, se non da sfigati.
Il Presidente della Repubblica, un
tempo membro del glorioso Partito comunista ma ormai irriconoscibile,
arrivò a dichiarare che “la continuità di governo è un elemento
essenziale”. A futura memoria, scrissi che non ero d’accordo per nulla
col suo operato, e pensavo che il livello di bassezza morale e politica
in cui era sprofondata l’Italia negli ultimi anni fosse più grave di
qualsiasi crisi economica, alibi per ogni continuità e ogni involuzione
della re-pubblica. Cos’altro poteva accadere ad esempio nella povera e
corrotta Grecia oltre alla prostituzione di massa che, da anni, noi
praticavamo per primi? Gli Italiani non erano già un popolo di escort?
Ma la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso.
di Beppe Sebaste
Ecco come commentavo questo post pubblicato lo scorso luglio sul suo blog da Beppe Sebaste:
“Tutti, intellettuali compresi, anzi soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era volgare e noioso, se non da sfigati.“
E' qui, che i conti non tornano.
Noioso? Volgare? Da sfigati?
Un intellettuale (o uno scrittore), che prima di opporsi apertamente, pubblicamente, civilmente, fa considerazioni (fa cioè le classifiche) sull'opportunità o meno di esprimersi, nel timore di vedersi appiccicare l'etichetta di "sfigato", non serve a nulla.
Nemmeno a se stesso.
Non può considerarsi un "intellettuale", non lo è.
Chi ha in dono l'arte della parola ha il dovere civile di usarla per dire, qualunque cosa pensi o abbia da dire.
Se non lo fa un intellettuale, come potrà mai farlo chi non sa esprimersi che con un sapere delle mani o del corpo?
Se a dire non è chi ha la parola come mezzo, inutile lamentare il silenzio, o l'accettazione dello stato delle cose così come sono, da parte di chi è muto per destino sia socialmente che intellettualmente.
"la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso."
La paura è naturale ci sia. E' nello sfidarla che l'intellettuale compie quell'azione che fa della parola lo strumento potente che è.
Se la parola non arma il pensiero, aumentando la consapevolezza anche in chi parole non ha, non è altro che inutile rumore di fondo, buono per salotti e segaiole congreghe di fuffari delle virgole e dei punti.
Ho sempre creduto che questo fosse il compito dell'intellettuale: mettere il frutto del proprio lavoro a disposizione di chi, per storia o per destino, non ha accesso agli strumenti che sono invece gli specifici ferri del mestiere di chi lavora con la mente, con l'intelletto, appunto.
Sapere, e tacere (pensare, e tacere), per paura (o per evitare l'etichetta di sfigati), non è una scusante: è una scelta precisa di occultamento, di nascondimento di ciò che da senso al lavoro di un intellettuale.
Diversamente, l' "intellettuale" non c'è.
Ma forse, in questo paese, gli intellettuali sono finiti con Pasolini.
Oppure la paura, dopo di lui, li ha ammazzati tutti sul nascere.
Questo proprio perché condivido l'opinione dei commenti che mi precedono: qual è il senso di postare "solo" qui questo straordinario pezzo?
Perché non divulgarlo, proporlo (almeno)...
Mi risponde oggi: "Credo più nel virale, che negli organi di stampa".
Anch'io.
di Beppe Sebaste
Ecco come commentavo questo post pubblicato lo scorso luglio sul suo blog da Beppe Sebaste:
“Tutti, intellettuali compresi, anzi soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era volgare e noioso, se non da sfigati.“
E' qui, che i conti non tornano.
Noioso? Volgare? Da sfigati?
Un intellettuale (o uno scrittore), che prima di opporsi apertamente, pubblicamente, civilmente, fa considerazioni (fa cioè le classifiche) sull'opportunità o meno di esprimersi, nel timore di vedersi appiccicare l'etichetta di "sfigato", non serve a nulla.
Nemmeno a se stesso.
Non può considerarsi un "intellettuale", non lo è.
Chi ha in dono l'arte della parola ha il dovere civile di usarla per dire, qualunque cosa pensi o abbia da dire.
Se non lo fa un intellettuale, come potrà mai farlo chi non sa esprimersi che con un sapere delle mani o del corpo?
Se a dire non è chi ha la parola come mezzo, inutile lamentare il silenzio, o l'accettazione dello stato delle cose così come sono, da parte di chi è muto per destino sia socialmente che intellettualmente.
"la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso."
La paura è naturale ci sia. E' nello sfidarla che l'intellettuale compie quell'azione che fa della parola lo strumento potente che è.
Se la parola non arma il pensiero, aumentando la consapevolezza anche in chi parole non ha, non è altro che inutile rumore di fondo, buono per salotti e segaiole congreghe di fuffari delle virgole e dei punti.
Ho sempre creduto che questo fosse il compito dell'intellettuale: mettere il frutto del proprio lavoro a disposizione di chi, per storia o per destino, non ha accesso agli strumenti che sono invece gli specifici ferri del mestiere di chi lavora con la mente, con l'intelletto, appunto.
Sapere, e tacere (pensare, e tacere), per paura (o per evitare l'etichetta di sfigati), non è una scusante: è una scelta precisa di occultamento, di nascondimento di ciò che da senso al lavoro di un intellettuale.
Diversamente, l' "intellettuale" non c'è.
Ma forse, in questo paese, gli intellettuali sono finiti con Pasolini.
Oppure la paura, dopo di lui, li ha ammazzati tutti sul nascere.
Questo proprio perché condivido l'opinione dei commenti che mi precedono: qual è il senso di postare "solo" qui questo straordinario pezzo?
Perché non divulgarlo, proporlo (almeno)...
Mi risponde oggi: "Credo più nel virale, che negli organi di stampa".
Anch'io.
E pure io.
RispondiEliminaovvero lo schieramento politico detto “di sinistra” (o meglio, politicamente più corretto, “diversamente di destra”), quando si trovò a gestire il Paese quasi inciampando su se stessa...
RispondiEliminaQuesto "quasi inciampando su se stessa" è da Oscar, nemmeno un disegnatore satirico saprebbe rendere con questa sintesi il punto nel quale finisce l'illusione e inizia lo psico- dramma nazionale