mercoledì 2 ottobre 2013

Lezioni veneziane

In queste ore di delirio sulla fuffa, è consolante leggere come fosse inteso l'esercizio del potere della massima carica dello stato nella Repubblica di Venezia: il Doge. 
Una Repubblica, ricordo, durata più di 1000 anni.
Da Una città, una Repubblica, un Impero: Venezia 697-1797,  di Alvise Zorzi (Mondadori, 1980), ecco alcuni divieti e alcuni obblighi cui si impegnava con le "Promissioni" ogni Doge alla sua elezione:
Attraverso i codici riccamente miniati e rilegati delle Promissioni ducali che si conservano nelle biblioteche veneziane, è facile rendersi conto di quante cose fossero vietate a quel personaggio altamente decorativo (il Doge, ndb) che, molto spesso, coronava con l’elezione ducale una lunga carriera al servizio della Repubblica in mare, nelle ambascerie, nel governo delle colonie e di città suddite, nell’amministrazione della giustizia, ma soprattutto nello sfibrante, diuturno esercizio dell’attività parlamentare.
Prima di tutto, non poteva proporre misure che aumentassero i suoi poteri, né poteva abdicare se non fosse stato richiesto di farlo.
Non poteva ricevere nessuno in veste ufficiale senza la presenza dei consiglieri, e nemmeno concedere udienze private; in quelle pubbliche, come quando riceveva (era sua prerogativa) gli ambasciatori esteri, doveva concordare le sue risposte con i consiglieri.
Se qualcuno, in qualsiasi circostanza, gli parlava a tu per tu di affari di stato, era obbligato a cambiare discorso.
Il doge non poteva esporre in pubblico il proprio stemma, né alzar baldacchini al di sopra della propria scranna; né lui né i suoi familiari potevano, per nessuna ragione, dare o ricevere doni, tranne che con i parenti stretti.
Non doveva consentire che gli si baciasse la mano o che ci si inginocchiasse davanti a lui (…). Non poteva uscire da palazzo se non in forma ufficiale (…) né andare a teatro, al caffè, nelle “conversazioni”. Per andare in villeggiatura doveva chiedere il permesso e dimostrare che ne aveva bisogno per motivi di salute.
Una quantità di limitazioni colpiva anche i suoi familiari, figli e fratelli, che non avevano diritto di voto nelle assemblee costituzionali e non potevano ricevere benefici né dignità ecclesiastiche.
Non stupisce che qualche venerando uomo politico vedesse con sgomento profilarsi la minaccia di un’elezione dogale: ci voleva un grosso spirito di sacrificio, a subire tutti quei divieti, che invadevano anche la vita privata e familiare (non ne abbiamo citato che qualcuno) e a sopportare un carnet stracarico di impegni, rappresentativi come le innumerevoli cerimonie, ma anche di sostanza, come la partecipazione obbligatoria a tutte le riunioni di gran parte delle assemblee costituzionali e degli uffici collettivi ai quali era delegato l’esercizio del potere.
(…) oltre al resto, c’era il rischio di una grossa falcidia al patrimonio, perché, se al doge veniva conferita una lista civile abbastanza sostanziosa, la lista delle spese che egli doveva sostenere in proprio era assai più sostanziosa: (…) tre anni di lista bastavano appena a coprire le spese dei festeggiamenti per l’elezione e, in più, c’era da pagare tutto il sontuoso, dispendiosissimo corredo di vesti e di manti, che valeva da solo un patrimonio,  c’era da far doni di valore alla basilica marciana e, fra le cose vietate al doge, c’era anche il proseguimento delle attività mercantili, industriali o finanziarie svolte prima dell’esaltazione al trono, ma tra i privilegi non figurava l’esenzione dalle tasse.
Morto, poi, il doge, celebrati i funerali e pronunciati gli elogi funebri, c'era il redde rationem: gli “inquisitori sul doge defunto” spulciavano gli atti del deceduto per constatare la legittimità delle spese fatte e delle entrate percepite e, se trovavano irregolarità, toccava agli eredi sopportarne le conseguenze.
E' solo un piccolo stralcio di un complicatissimo (ed efficacissimo, visto che ha retto mille anni), sistema di verifiche e controlli cui era sottoposto non solo il doge, ma tutti i membri eletti alle varie cariche pubbliche. 
Cariche che erano comunque a rotazione e temporanee,  della durata di pochi mesi, così che nessuno avesse la tentazione di interpretare il proprio ruolo pubblico come mezzo per ampliare il proprio potere personale (qualcuno ci ha provato, ed è stato per questo punito oltre che con lo sdegno pubblico, con mezzi tali da togliergli perfino il pensiero, di riprovarci).

8 commenti:

  1. A partire dall'asserzione che i familiari del doge eletto non potevano aspirare ad alcuna carica ecclesiastica, mi sono andata a guardare su wikipedia un paio di notizie su poteri e funzioni della carica in questione e ho scoperto che il Doge era anche di fatto il Capo supremo della Chiesa di San Marco, in diretta competizione col patriarca di Venezia nominato dal Papa, che da parte sua poteva limitarsi a indicare il preferito tra i tre/quattro nomi propostigli dal Doge stesso per ricoprire le varie cattedre vescovili nell'area della repubblica. Sempre wikipedia non esita a riconoscere che l'unico potere reale e indiscusso del doge era quello di comandante in capo delle forze armate durante le guerre. Insomma, un piccolo Papa, eletto non a suffragio universale e nemmeno popolare ma da una cerchia di rappresenati del patriziato -- un collegio cardinalizio "laico". Sempre meglio che monarca assoluto per diritto ereditario ma, insomma, non vedo la vera novità, tenuto anche conto del fatto che la durata in carica non era a tempo, ma finché restava in vita il designato.
    Ciao Ross, con affetto, marilù.

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    1. Un piccolo bignami sull'elezione del doge e altre piccole ma importanti notiziole utili a prender confidenza con la mai abbastanza raccontata storia della Repubblica di Venezia.

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    2. un collegio cardinalizio "laico". Sempre meglio che monarca assoluto per diritto ereditario ma, insomma, non vedo la vera novità, tenuto anche conto del fatto che la durata in carica non era a tempo, ma finché restava in vita il designato.
      Una semplificazione eccessiva, mi pare, per una macchina di governo piuttosto complessa.
      Certo, nessuna "novità", trattandosi di una Repubblica durata più di mille anni, e temuta fino alla sua caduta dai più grandi paesi europei e asiatici.
      Senza voler ricordare che è ad oggi l'unica Repubblica di cui siano documentati 1100 anni ininterrotti di governo laico e democratico, prima di conoscere questo paese la democrazia importata come fosse roba nuova dall'America o mitizzando una Repubblica francese (del settembre 1792) che conta ad oggi poco più di 200 anni, e inzia solo quando quella di Venezia, dopo mille anni, cade.

      Svilire a "collegio cardinalizio" la complicata funzione di organi collegiali quali il Senato e il Gran Consiglio, mi pare un tirarla via con poca fatica.
      Chiamare "piccolo Papa" l'unica autorità laica che questo paese nel suo insieme abbia mai conosciuto, lo addebito alla indubbia fatica di affrontare seriamente una aprte importante della storia ancora oggi occultata nei libri scolastici di questa attuale Repubblica delle Banane.

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    3. IL meccanismo di elezione è molto affascinante, direi abbagliante nella sua complessità. Non mi è chiaro però come il sorteggio dei nomi, al di là dei numeri, avvenisse nel dettaglio. Intendo dire che si capisce che il 'fanciullo' designato per la pesca delle sfere d'oro e d'argento dal cappello, estraeva dal contenitore delle palline di metallo e basta, non c'erano dentro foglietti ripiegati coi nomi dei possibili eletti. Mi chiedo pertanto: man mano che il ragazzo afferrava gli oggetti del sorteggio,venivano proclamati i nomi dei presenti, e a seconda dell'abbinamento nome-sfera d'oro oppure nome-sfera d'argento, la persona risultava, sia pure temporaneamente, eletta, o espulsa -- sia pure solo pro-tempore -- dalla stanza del Gran Consiglio? Con che ordine si proclamavano i nomi degli ultratrentenni passibili di scelta? E se anche, di volta in volta, parenti e familiari dei "nomi d'oro" dovevano abbandonare la sala, quando poi ai suddetti baciati dalla fortuna toccava fare una scelta consapevole, non potevano farla cadere proprio sui propri consanguinei? a me pare di sì, e data la tendenza a rimescolare il più possibile le carte, il primo intento di ciascuno sarebbe stato proprio quello di contrastare il caso con scelte improntate al nepotismo, più che al merito, all'onestà, alla competenza. Inoltre il fanciullo era bendato o no? L'argento e l'oro risultano molto diversi anche solo a una prima, rapida occhiata.
      Inoltre il Consiglio era sempre e solo degli anziani, anche se tra i quarantuno elettori finali del doge potevano essere inclusi, a discrezione degli elettori fin lì sorteggiati e nominati, anche i più giovani di 30 anni.
      Tu che hai letto molto più che un bignami sull'argomento forse puoi darmi qualche risposta e chiarimento in proposito. Se vuoi.
      Grazie comunque e buona notte.
      marilù

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    4. Ho letto il tuo secondo commento solo dopo aver pubblicato il mio.
      Non è questione di pigrizia, Ross, ma solo di ignoranza, di cui non mi vanto ma per la quale non mi sento colpevole, non più di quanto non mi dispiaccia non avere una conoscenza dettagliata di altri periodi storici di altre nazioni, repubblicane o meno. Se tu hai fatto approfonditi studi storici sulla tua amata città, me ne rallegro con te e anche con me stessa, dal momento che posso approfittarne per saperne un po' di più anch'io, senza con questo avere la pretesa di prendere la laurea ad honorem in Storia Veneziana in due battute.

      Però scusa, visto che il doge era ANCHE la massima autorità religiosa oltre che militare, non vedo che cosa ci sia di oltraggioso nel paragonarlo a un Papa, "piccolo" solo perché con un minor seguito di fedeli, e non certo per la capacità di influire sulla storia del suo tempo e sulle sorti del suo e di altri popoli.
      In fondo, anche la regina d'Inghilterra è contemporanemante la massima autorità religiosa e militare della sua nazione, e non sarà certo la mancanza di mitria e pastorale a impedirne l'accostamento alla figura del Papa, per aperta contestazione del quale, del resto, nacque la chiesa anglicana.
      Non mi/ti trattengo oltre.
      Ciao e, di nuovo, buona notte.
      marilù

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    5. 1° commento
      data la tendenza a rimescolare il più possibile le carte, il primo intento di ciascuno sarebbe stato proprio quello di contrastare il caso con scelte improntate al nepotismo, più che al merito, all'onestà, alla competenza.

      No, non era possibile proprio perché il sistema di selezione era definito fin nei minimi dettagli anche per coloro che avevano diritto di partecipare all'elezione. La parentopoli non era tale perché, pur essendo i membri dei vari consigli scelti proprio per l'appartenenza a famiglie con una storia di servizio alla repubblica, quindi con un passaggio di competenze, questo avveniva solo per successione, cioè un membro poteva aspirare alla carica solo dopo che il suo unico parente in carica era morto.
      Eletto, al doge non gli era consentito poi nemmeno aprire una lettera, se non in presenza dei sei consiglieri, che duravano in carica soli 6 mesi, e venivano loro stessi da una selezione maniacale, e i quali vigilavano su ogni atto del doge affinché ogni questo fosse solo nell'interesse della repubblica, cioè di Venezia.
      Nel tempo ci furono comunque due/tre dogi la cui ambizione giocò contro di loro divenendo zimbello odiato dalla città al punto che (Agostino Barbarigo, ad esempio, che aveva il vezzo di consentire che ci si inginocchiasse davanti a lui), alla morte "era una maravegia a udir le maleditioni che ognun li dava".
      O ci fu il caso del doge Leonardo Loredan, "anima della resistenza contro i confederati di Cambrai, s'ebbe un'inchiesta post-mortem durata più di due anni e conclusa con l'imposizione agli eredi di restituire duemilasettecento ducati ritenuti percepiti illegalmente (e sì che lui e i suoi avevano versato grossi contributi per le spese di guerra; ma erano contributi volontari, e non cancellavano l'illegalità constatata".
      Viene da considerare che se la Repubblica di Venezia durò più di mille anni, fu forse proprio per la capacità di cambiare le proprie leggi lì dove individuava una loro trama troppo lasca, e perché i propri sistemi di controllo sulla correttezza del funzionamento della macchina statale erano precisi per quella che oggi definiremo una Nsa ante-litteram: cioè un sistema di controllo e spionaggio così ramificato e diffuso da concedere sì la massima libertà, ma anche il massimo della punizione a chi veniva anche solo sospettato di operare contro il bene dello stato.

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    6. 2° commento
      visto che il doge era ANCHE la massima autorità religiosa oltre che militare, non vedo che cosa ci sia di oltraggioso nel paragonarlo a un Papa,

      Per comprendere la funzione di "capo religioso" del doge, è necessario ricordare che Venezia era multiculturale per scelta strategica.
      Viveva essenzialmente di commorcio, e i confini dell'impero della Serenissima si estendevano fino alla Cina passando per Bisanzio.
      Ogni religione vi era tollerata purché non intralciasse gli affari, detta in sintesi.
      Per questo la Roma papale l'ebbe in odio fino alla sua fine.
      Pensa che durante il periodo dell'Inquisizione, Venezia concesse la presenza di due inquisitori più per questioni di diplomazia, che per assecondare gli scopi di "pulizia" religiosa di Roma. E agli interrogatori dell'Inquisizione, dovevano comunque essere presenti degli incaricati della Magistratura veneziana, a garanzia che nulla fosse fatto agli interrogati se non nel rispetto di procedure e con mezzi consentiti dalla legge. Questo provocava delle vere e proprie frustrazioni, all'Inquisizione, perché non ebbe mai libertà di manovra in fatto di religione.
      Già questo potrebbe chiarire come non siano possibili paragoni fra la sovrapposizione della monarchia inglese e la Chiesa Anglicana, tanto meno fra il ruolo del doge e la figura del Papa. Tanto meno a quei tempi, piuttosto brutali con le questioni di fede.
      A Venezia, va ricordato, esisteva la libera prostituzione e ogni donna poteva esibire il seno scoperto nel normale abbigliamento quotidiano, con grave scandalo per l'idea di peccato e mortificazione della carne che ne aveva la Chiesa.
      Era consentito e perfino abituale l'uso della maschera nelle normali attività quotidiane, altra cosa piuttosto originale che oggi farebbe gridare al terrorista quelli che si pretendono il volto scoperto delle donne islamiche.
      Per comprendere cosa sia stata la Repubblica di Venezia, per più di mille anni, ripeto, è necessario non dimenticare che quei mille anni vanno dal 697 al 1797, passando quindi indenne, grazie alle sue leggi, attraverso secoli quanto mai bui e bellicosi.

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  2. Era veramente vasto l'impero della Serenissima, non sapevo che fosse giunto a estendersi così tanto oltre l'Europa, fino a lambire la Cina.
    E' quanto mai chiaro che le "balle" preparate nel cappello per l'elezione del doge non potevano essere numerose quanto tutti i cittadini maschi ultratrentenni dei territori sottomessi al suo comando, nemmeno si si considera esclusivamente il numero di quelli più ligi alle leggi dello Stato e segnalatisi come meritevoli di aver contribuito alla sua stabilità, se non addirittura alla sua prosperità.
    Però non capisco: l'oro e l'argento sono sempre costati molto, perché approntare un numero elevato di palline da sorteggio fabbricate con quei materiali, numero corrispondente non soltanto ai singoli "eroi" e personaggi insigni agli occhi della Repubblica, ma anche ai loro parenti maschi (figli, padri, zii, prozii, nipoti ecc.), se questi ultimi, a seconda dei risultati del sorteggio, dovevano poi lasciare la sala del consiglio? Inoltre, bastava un Galilei o un Otello in famiglia, per rendere tutti i suoi congiunti maschi degni di guidare la Serenissima? A me pare, con Dante, che "virtude rade volte discende per li rami".

    Trovo poi che la libertà di esibire i seni e quella, parallela, di portare sempre una maschera, la dicano lunga sulla capillarità del sistema di spionaggio instaurato e sul terrore che si respirava sotto la sua "protezione". Capisco l'invidia dell'Inquisizione e capirei anche quella della mafia o della 'Ndrangheta.
    Non capisco invece a quale Spirito Santo si rivolgessero i quarantuno consiglieri designati, alla fine, per nominare il Doge, nella messa cui partecipavano prima di riunirsi per l'elezione. Anche se è indubitabile che la Chiesa di San Marco di cui era capo il Doge, fosse e sia tuttora intitolata a quel Marco, discepolo di Pietro di Galilea e divenuto poi evangelista, cioè narratore della vita e degli insegnamenti di Gesù di Nazareth, da lui creduto essere il Cristo, Figlio di Dio. Proprio la stessa cosa di cui si sono sempre dichiarati convinti tutti i Papi -- e la regina d'Inghilterra, per inciso.

    Grazie dell'excursus storico, Ross.
    Ciao, alla prossima, marilù.

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