sabato 23 novembre 2013

Summertime


...fish are jumpiiing…and the cotton is hiiight…

Già, proprio quella.
Ti svegli al mattino, apri le news, guardi fuori, apri la finestra…
…e ti prende la depressione…
Intanto, da giorni, ti canta dentro quel pezzo…

…your daddy’s rich, and your mom’s good looking…so hush, little baby, don’t you cry… 
Alla radio, qualche giorno fa, raccontavano la storia della grandissima Ella Fitzgerald.  

Ancora negli anni ’50 i grandi della musica nera potevano esibirsi quasi esclusivamente nei piccoli teatri, spesso solo in quelli destinati al pubblico di colore, non riuscendo chi voleva far musica a ottenere contratti nei grandi teatri per via della discriminazione razziale. 

Così c'erano queste band di musicisti neri che giravano da uno stato all’altro, da una cittadina di provincia al sottoscala nella periferia di una metropoli dove un nero era tollerato giusto come facchino o come arlecchino, non certo pretendere di essere pienamente apprezzato come artista.

Chilometri su strade polverose o bloccate da metri di neve per un contratto da quattro soldi e con il rischio di uscirne pure pestati, a fine spettacolo, da manipoli di integerrimi bianchi.
O di venir truffati dal padrone del locale stesso, il quale non raramente accampava che la musica non era piaciuta per non pagarli o per comunque provare a ridurre il pattuito.
Negli States, queste piccole band nella quali suonavano quelli che oggi conosciamo come i grandi del jazz, gente come Charlie Parker, Miles Davis, Louis Armstrong o Dizzie Gillespie, tanto per citare i più conosciuti, riuscivano raramente a camparci, con la musica.
Non erano pochi quelli che per racimolare di che vivere si adattavano a suonare come elemento di contorno in una ballroom dove un’orchestra di bianchi avesse un contratto stabile:la musica era anche mestiere per portare a casa di che far mangiare moglie e figli. 
A volte poi montavano su un auto sgangherata per un tour, raramente accompagnati da voci femminili come appunto quella di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan o dell’altra grande e sfortunatissima voce del jazz: Nina Simone.
Le donne del jazz di quegli anni hanno avuto tutte, nessuna esclusa, una vita estremamente complicata: nere e donne, non sapevano stare nell'unico posto consentito a una donna, di qualsiasi colore fosse, almeno fino agli anni '60: la cucina e la camera da letto.
Così riuscivano a entrare in una band solo se amanti temporanee di uno della band o di un improbabile manager.
Per il resto, vita da bar notturni, molte botte e alcool/droghe a fiumi.
Poche quelle morte in età avanzata
Pochissime quelle che sono riuscite a campare degnamente con la loro musica. 

Poche anche le fortunate band che riuscivano a ottenere contratti stabili nei piccoli jazz club frequentati dai vip di allora: erano locali esclusivamente per bianchi e vietati ai neri, ammessi solo sul palco, non certo al tavolo.
Più fortuna avevano quelli di loro che riuscivano a emigrare in Europa, a Parigi o in Costa Azzurra, dove negli anni ’20 e '30 giravano pletore di giovani intellettuali americani a caccia di ispirazione letteraria, soldi a palate e champagne a fiumi.
Vedi Il Grande Gatsby e F. Scott Fitzgerald, giusto per citare periodo e clima.

Una che ebbe un successo strepitoso a Parigi in quegli anni fu la mitica Joséphine Baker, la Venere Nera. Arrivata lì al seguito della Revue Nègre e divenuta in poco tempo prima ballerina e cantante al teatro degli Champs-Elysées, incantava tutti i maschi di Parigi ballando e cantando con chili di frutta e piume in testa, spesso nuda, cosa che non disturbava nessuno tranne doversi lei spesso vendicare per meschine allusioni al colore della sua pelle con balletti in stile Yes, we have no bananas.  
 Per dire. 

Per dire come, anche quando apprezzato come artista, il nero avesse una quotidianità difficile e come il razzismo non venisse mai meno neanche quando raggiungeva ricchezza e  notorietà in Europa.

Ma torniamo a Ella Fitzgerald e a Summertime.

Fu grazie a Marylin Monroe che Ella riuscì a ottenere di potersi esibire al Mocambo di Hollywood, famosissima sala frequentata all’epoca da star del calibro di Clark Gable, Charlie Chaplin, Humphrey Bogart, Lauren Bacall e Lana Turner.
Marilyn fece un accordo con il titolare del locale: se avesse consentito a Ella di esibirsi, lei avrebbe prenotato un tavolo in prima fila sotto il palco tutte le sere.
Cosa che poi fece.
Fu così che il 15 marzo del 1955 Ella Fitzgerald poté spiccare il volo verso una notorietà e un successo internazionale.
Ma non era certo una perfetta sconosciuta Ella, prima del prodigioso intervento dell'amica Marilyn Monroe. 
Aveva già inciso un disco, nel 1936,  che aveva avuto un discreto successo, Loves and Kisses, per la Decca Records, e già si esibiva con un buon successo di pubblico all’Harlem Opera House

teatro nel quale si esibivano le più grandi star del jazz fino alla metà degli anni ’40 del secolo scorso e si trovava a poca distanza del più conosciuto Apollo Theatre.
Quel mitico tempio del jazz (l'Harlem Opera House) fu demolito 1959 (circa, perché non c'è una data precisa della sua demolizione, solo una data in cui è certo che fosse ancora in piedi). 

Nel 1938 Ella aveva inciso un secondo disco, la versione giocosa di una filastrocca per bambini conosciuta come "A-Tisket, A-Tasket.", che aveva venduto circa 1 milione di copie.

Stamattina, vista l’aria che tirava, in ogni senso, ho seguito le note che mi cantavano dentro finendo per scaricare le tracce audio di ben 17 diverse versioni di Summertime, sorta di ninnananna che viene cantata già nell'introduzione al primo atto di Porgy&Bess, opera di G. Gershwin e pezzo ormai presente nel repertorio di ogni star della musica di un qualche talento.
L’hanno cantata o suonata tutti: da Keith Jarret a Janis Joplin, da Mina a Maria Callas fino a James Brown (sua la versione che amo di più fra tutte).
Per dirne solo alcuni.
Ella Fitzgerald, con Louis Armostrong, la incise nel 1957 sempre per la Decca Records. 

Quando George Gershwin gliela sentì cantare la prima volta, mentre provava i testi di Porgy&Bess, disse: “I never knew how good our songs were until I heard Ella Fitzgerald sing them”.
 "Non ho mai capito quanto buone fossero le nostre canzoni fino a quando le sentii cantare da Ella Fitzgerald".

Per dire.

La prima registrazione assoluta di Summertime è invece del luglio 1935 ed è cantata da Abbie Mitchell, con al piano George Gershwin , il quale stava ancora terminando di orchestrare Porgy&Bess (cliccando sul link, potete ascoltare proprio quella prima registrazione originale).
Lo spettacolo sarà poi allestito nel novembre dello stesso anno proprio all’Harlem Opera House di New York, quello cui si accennava poco sopra.
Qui sotto il testo e, se cliccate qui, potete ascoltare Ella mentre la canta accompagnata alla tromba da Louis Armstrong. 
Summertime,
And the livin' is easy
Fish are jumpin'
And the cotton is high

Your daddy's rich
And your mamma's good lookin'
So hush little baby
Don't you cry

One of these mornings
You're going to rise up singing
Then you'll spread your wings
And you'll take to the sky

But till that morning
There's a'nothing can harm you
With daddy and mamma standing by

Summertime,
And the livin' is easy
Fish are jumpin'
And the cotton is high

Your daddy's rich
And your mamma's good lookin'
So hush little baby
Don't you cry

4 commenti:

  1. Take Five, dopo tutta questa fatica! E quando ti sei riposata a sufficienza, perché non ci pubblichi la playlist delle 17 tracks? Grazie del post: finalmente qualcosa che valga la pena di leggere, in mezzo alla valanga di stronzate con cui ci riempiono gli occhi e le orecchie in questi tempi grami...

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    1. Grazie a te per la pazienza di leggere.
      Provvederò a parzialmente ricompensare il tuo apprezzamento con i 17 tracks a breve.
      Incredibile come, nonostante il pezzo sia sempre lo stesso, la playlist che ne risulta sia (per me), molto molto piacevole da ascoltare...
      Sperò piacerà anche a te...

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  2. "One of this mornings/you're gonna rise up singing/then you'll spread your wings/ and take to the sky"; ascoltando questa fulgente e morbida voce d'angelo, non si possono più nutrire dubbi sul fatto che una simile metamorfosi sia possibile e che, almeno per Ella, abbia raggiunto il suo compimento in pienezza.

    Ma poi, anche nel caso remoto che qualche dubbio si insinui tra le piume e i lustrini della meraviglia, c'è sempre "Dream a little dream of me" per scuoterci dal torpore ipnotico della malasorte e aiutarci ad aprire occhi e labbra al sorriso.

    Grazie, Ross.
    (marilù)

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    1. Oh sì, solo Sweet dreams that leave all worries behind you
      Non la miserabile realtà apre gli occhi, ma l'avere dei sogni da sognare...
      Grazie a te, dolce e saggia Marilù

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