martedì 18 marzo 2014

Putin's man


Vladimir Putin's top aide (Vladislav Surkov, known as the "grey cardinal" of the Kremlin) has voiced his total indifference to sanctions imposed on him following Crimea’s referendum to join Russia
Da Huffington Post 

Vladislav Surkov, uno dei russi cui le sanzioni decise da Barak Obama ha congelato gli assets all'estero, ha reagito alla notizia dicendo: 
"E' un grande onore per me"...
"I don’t have accounts abroad. The only things that interest me in the US are Tupac Shakur, Allen Ginsberg, and Jackson Pollock. I don’t need a visa to access their work. I lose nothing."
Oh, yeah! Un grande Capo si riconosce dagli aiutanti che sa scegliersi...

Rimane da capire chi abbia passato a Obama la lista dei russi da colpire con "sanzioni", visto che si tratta di cazzotti a vuoto.
Sta scherzando, o qualcuno del suo staff non ha "fatto i compiti a casa"?

Come scriveva appunto Allen Ginsberg...
Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche...” Allen Ginsberg
 In ogni caso, match Staff Cremlino- Casa Bianca 1 a 0

13 commenti:

  1. Standing ovation per Vladislav Surkov, oltre che per Miro il Grande che l'ha eletto a sua Eminenza Grigia.
    A parte che l'opera dei tre personaggi citati, a cui aggiungerei Frank Zappa e tutta una serie di altri benemeriti cittadini USA (eccezioni fortunatamente numerose che confermano la regola), è reperibile via internet, non occorre un visto per andare apposta negli Stati Uniti, visto che ce li abbiamo tra i coglioni in continuazione a domicilio di persona o con i loro prodotti...

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    1. Immagino tu alluda at "The americans" products ("li abbiamo tra i coglioni in continuazione"...), non ai tre citati più Frank Zappa cui aggiungerei anche la mia lista di benemeriti cittadini Usa fortunatamente non vittime dell'Obama pensiero...
      Però, sai una cosa?
      Al termine del suo discorso alla Duma di Putin, è partita una salva di applausi notevole seguita subito dopo dall'inno nazionale russo...
      E mi sono accasciata.
      Perché gli inni nazionali mi stendono sempre, tutti?
      Capisco facciano parte dello show, ma si potrebbe mica evitarli?
      Fanno sempre tristezza, mi mettono una strana apprensiva inquietudine...

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  2. Ecco, devo aggiungere alla lista dei miei compiti a casa anche Allen Ginsberg. C'è solo da augurarsi che la pensino così anche molti altri russi oltre a Surkov, incluso, prima di tutti, lo stesso Putin. Che spero organizzi presto, non dico alla Tv russa, ma almeno all'unico canale -- rigorosamente pro-Russia -- rimasto attivo nell'etere della Crimea già da molto prima del referendum di domenica scorsa, dei reading di quell'autore e di altri, come della Nemirovsky ("La preda", meravigliosamente recensito da Modigliani un paio di mesi fa, è un altro dei miei compiti a casa inevasi) e il poeta ucraino recentemente ucciso, Sergey Nigoyan. Quest'ultimo, non avrebbe neanche bisogno di un Calasso e di un Adelphi per tradurlo, come invece è stato necessario qui da noi per la Nemirovsy (chissà se lo stesso discorso vale per Nigoyan: altro post-it per me).
    Ciao, con affetto, marilù.

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    1. Ecco, il mio "compito a casa" invece sarà Sergey Nigoyan, di cui non so nulla.
      Sai che invece la Nemirovsky, che pur apprezzo, non mi ha mai fatto impazzire?
      Allen Ginsberg temo sia stato invece fin troppo significativo, al punto che recentemente ho preso a chiedermi se io non sia decisamente datata, visto che continuo a ritenere che se una scintilla di autentica rivoluzione culturale c'è stata nel mondo (subito o quasi subito, spenta), è stata proprio quella nata a San Francisco, precisamente fra Haight Street e Ashbury Street, dove nacque il Flower Power, quel folle (cioè sanissimo) movimento del quale ancora sopravvive qualche traccia (senza che se ne sia per lo più consapevoli), tipo il rifiuto del mercato in ogni sua espressione, la coltivazione biologica e autosufficiente del proprio cibo, l'uso di abiti non etichettati e colorati, la libertà sessuale e il non riconoscimento di autorità e Stato sotto nessuna etichetta. E' notoa tutti solo il moto "fate l'amore, non la guerra", primo nucleo da lì partito di pacifismo organizzato contro il potere, sempre guerrafondaio.
      Poi andò tutto a puttane, quando il fenomeno iniziò a dilagare e di lì ad attirare gente che sull'amore libero e sulla droga come dissidenza vide invece solo altri nuovi mercati.
      Fu a San Francisco, dopo un soggiorno nella comunità di Haith Street, che Allen Ginsberg iniziò a scrivere della liberazione e della tragedia che ridusse i figli dei fiori a mero fenomeno giovanilistico strafatto di droghe assassine e di sbandati di strada. Fu anche questo, per molti. Ma non solo questo.
      Fu molto di più, e qualcosa ancora ne resta.
      In ogni caso, più di quanto resti oggi, se non come memoria mai elaborata fino in fondo, dei dinamitardi borghesi del '68/'77, quelli sempre pronti alla rivolutiòn armi in pugno, tanto poi ci pensava papà a tirarli fuori. A meno che non fossi un illuso proletario, che allora invece facevi la fine del topo: in gabbia.
      Pensa solo a quanto ci ha marciato il mondo della moda, sui figli dei fiori: da allora, e ancora oggi, l'idea della moda finta stracciona in passerella non è mai tramontata, a parte il breve periodo Armani&Co.
      Però, il jeans strappato, il capello finto spettinato, i monili di pietre e argento che ancora tengono botta, da dove arrivano se non da lì?
      Ce ne sarebbe da dire su quanto ha inciso quel fenomeno sulle nostre attuali (apparenti) manifestazioni di "libertà". Fra virgolette, che anche quella ormai la compri un tanto al chilo, mica è gratis e per tutti, no?
      Ne riperaleremo (forse).
      Buona notte, a presto...

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    2. "il Flower Power, quel folle (cioé sanissimo) movimento del quale sopravvive ancora qualche traccia (senza che se ne sia per lo più consapevoli) tipo il rifiuto del mercato in ogni sua espressione, la coltivazione biologica e autosufficiente del proprio cibo, l'uso di abiti non etichettati e colorati, la libertà sessuale e il non riconoscimento di autorità e Stato sotto nessuna etichetta".

      Mi intriga sempre di più questa cosa. Anche se devo dire che molte delle caratteristiche che descrivi come proprie di quell'esperienza comunitaria mi ricordano altri fenomeni sociologici simili o in parte somiglianti, 'fioriti' tutti all'ombra dello Zio Sam: gli Shakers, gli Amish, i Mormoni, questi ultimi anche con una particolare enfasi posta sulla libertà sessuale, sebbene a senso unico, cioè riconosciuta solo alla popolazione maschile. Eppoi mi torna in mente anche tutto il pullulare di sette più o meno deviate e devianti, come quella di Manson o quella, apparentemente opposta e ossessivamente penitenziale del Rev. Jonson col suo "Tempio del Popolo", o del Rev. Moon, coi suoi matrimoni da "sposi e spose all'ammasso (non in senso veneto, però)". Il regista indiano naturalizzato statunitense Manoy Night Shyamalan, col suo "The Village", ha colto e incorniciato di levità vagamente grottesca questo strano impulso paranoico-aggregativo che sembra incistato nel profondo dell'animo nordamericano, purché con "nordamerica" ci si riferisca solo a quella porzione di continente posta al di sotto della fascia dei Grandi Laghi. Visti da quella prospettiva, tutti gli States sembrano davvero un gigantesco e quasi mostruoso laboratorio messo a disposizione di mister Hide incaricati dei più disparati e deliranti programmi di "ricerca" psicosociale Mk-Ultra che si possano immaginare, praticamente un Disney-World a grandezza naturale progettato e realizzato apposta per loro esclusivo spasso e profitto. Anche molti racconti e romanzi di Philip K. Dick mostrano in controluce lo stesso tipo di filigrana inquietante, e con molto meno umorismo e concessioni all'idealismo utopico rispetto al cineasta indo-americano.

      Ma questo è ciò che emerge solo da uno sguardo d'insieme, forse un po' troppo frettolosamente amplificato. Ginsberg merita un'attenzione molto più circostanziata da parte mia, a questo punto. Insomma, grazie per lo...stuzzicante antipasto.
      Buona notte a te, cara Ross, e alla prossima.

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    3. Scusa, ho dimenticato di firmare: quella sopra ero -- sono ancora -- io: marilù.

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    4. ...molte delle caratteristiche che descrivi come proprie di quell'esperienza comunitaria mi ricordano altri fenomeni sociologici simili o in parte somiglianti, 'fioriti' tutti all'ombra dello Zio Sam: gli Shakers, gli Amish, i Mormoni,... etc...

      E' suggestiva l'idea di apparentare figli dei fiori e cultura hippy con la miriade infinita di sette a carattere religioso che spuntanop come funghi in America.
      Non avevo mai messo in relazione le cose, e non potevo. Se è pur vero che anche tutta la corrente spiritual-mistica orientale viene in quegli anni ripescata a piene mani proprio dal Flower Power (altra cosa di cui oggi siamo inconsapevoli e che arriva dritta da lì), è vero anche che nonostante le molte esperienze delle comuni è più una sorta di anarchia, cioè di rifiuto di ogni autorità ciò che contraddistinse il movimento alle sue origini.
      C'erano dei leader, personaggi come Jerry Rubin o lo stesso Ginsberg, ma mi è difficile pensarli alla stregua di un Rev. Moon: troppo dissacranti, troppo "contro" tutti quei valori borghesi che minano la libertà individuale (come il matrimonio, ad esempio), per poter stilare nuove bibbie e darsi al proselitismo.
      Insomma, nulla a che fare con i Mormoni o gli Amish, anche se alcune scelte "etiche" possono sembrare comuni a tutti questi movimenti.
      Non a caso furono per molti aspetti proprio le prime esperienze di comuni, a definire i limiti pratici del pensiero hippy, che sopravvive solo lì dove l'essere travalica ogni pensiero sistematico e fiorisce invece spontaneamente dalla coscienza individuale.
      Non è un caso che, se pur per un molto breve momento, il Flower Power abbia attraversato come un'onda ogni frontiera, mentre Amish e Rev. Moon resistono e sopravvivono solo se circoscritti e fortemente normati all'interno di codici comportamentali che sconfinano in un fanatismo dai contorni dittatoriali.
      Uno che fu fortemente influenzato dal fenomeno, amplificandolo a sua volta, su John Lennon (insieme a Yoko Ono). Basta ascoltare alcuni suoi testi, da Across the Universe a Imagine (a tanti altri pezzi), per sentir ancora gli echi di un modo di essere che tutti, chi più chi meno, sentiamo risiedere dentro di noi uguale.
      La cosa difficile è tuttavia cercare di definirne il pensiero, dato che si tratta di un pensiero che tende a farsi azione (o non-azione) o a venir accantonato con supponenza, come se l'aspirazione alla libertà interiore non avesse nulla a che fare con il senso che la parola libertà ha nel cuore di ognuno di noi.
      Oggi è così forte la lotta per itagliarsi qualche microscopico e illusorio angolo di libertà che tutta la nostra energia e il nostro pensiero intorno al concetto è assorbito in difesa, al punto da rimanere ben poco spazio per il solo immaginare "all the people. Living for today... Imagine there's no countries. It isn't ...

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    5. Come dicevo in chiusura, la cooptazione. da parte mia, di altri fenomeni comunitari-settari all'interno della stessa cornice dei figli dei fiori è stata un po' frettolosa, e forse lo è stata al punto da risultare fuorviante. Però vorrei qui far notare come l'esaltazione della libertà in tutte le sue declinazioni non è necessariamente e automaticamente sinonimo di antitesi al conculcamento esibito e dittatoriale della stessa. Il caso di Charles Manson ne è un valido esempio, ma anche "Il martello dell'Eden", romanzo di Ken Follett pubblicato una ventina d'anni fa, illustra molto bene come un autoritarismo idolatrico e strisciante si insinui in qualunque gruppo il quale in questo modo, sotto la spinta di un'ammirazione presto trasformata in timore di emarginazione, se non proprio direttamente in paura o terrore, non ci mette molto a diventare un branco a disposizione dei capricci e del maggior vantaggio dei capi non ufficiali o non ufficializzati, ma non per questo meno opprimenti, anzi forse persino più pericolosi. Sì, perché la legge e le regole scritte e elaborate con la partecipazione e il consenso del numero più vasto possibile dei componenti di una società, servono proprio a questo: a evitare la sopraffazione dei più deboli e dei più poveri di mezzi (anche culturali e intellettivi, non solo materiali) da parte dei più forti e dei più furbi, o anche, semplicemente, dei più poveri di scrupoli ed elementare umanità. Ciò che a molti di questi ultimi, posso capirlo, può apparire come un'intollerabile limitazione della LORO libertà. Quanto all' "imagine there is no countries", è diventato il sogno nenache più tanto segreto dell'Europa dei banchieri e dei finanzieri d'assalto. E anche dei caschi blu dell'Onu, magari soprattutto di quelli attivi in passato in Bosnia e in Africa Occidentale.

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    6. ...Il caso di Charles Manson ne è un valido esempio,

      E' esempio di come sia estremamente difficile tutto il discorso sulla libertà, a ben vedere.
      Charles Manson aveva trovato all'interno della comunità hippy di Haight Street quella fragilità umana che possiamo trovare uguale dentro ogni tipo di comunità in cui confluiscono personalità fragili, per quanto magari appassionate e ricche di valori condivisibili, e personalità dominanti in cerca di un gregge.
      Che avesse una pesronalità fortemente distorta e tendenzialmente violenta fu dimostrato al processo: era un manipolatore come ne possiamo trovare in ogni gruppo, di qualsiasi natura sia. Con l'aggravante di una psicosi assassina latente.
      La differenza fra lui e altri aspiranti leaders forse fu l'accesso a drgohe come l'Lsd, che nella comunità hippy era piuttosto comune e che lui dispensava come mezzo non di liberazione, ma di sottomissione dei suoi adepti (e già il fatto che uno abbia degli "adepti" chiarisce di cosa stiamo parlando, vero?).
      Ciò non toglie nulla al buono che dal Flower Power nacque e ancora aleggia intorno a noi.
      Forse, e qui hai ragione da vendere dove scrivi che "Però vorrei qui far notare come l'esaltazione della libertà in tutte le sue declinazioni non è necessariamente e automaticamente sinonimo di antitesi al conculcamento esibito e dittatoriale della stessa., il problema con la parola libertà è il come ognuno la mette in relazione a se stesso.
      Se parlando di libertà pensi alla tua ("tua" nel senso di ognuno la propria) personale libertà, dovrebbe subito saltarti agli occhi che il lavoro più grosso per conquistarla devi iniziarlo prima a casa tua.
      Forse per questo le "anime libere" le identifichiamo quasi sempre con esseri rari nella storia umana, quasi sempre molto solitari, molto spirituali, quasi sempre molto consapevolmente poveri: è terribilmente difficile accettare la responsabilità della propria libertà di pensiero e di azione mentre vivi in un mondo pieno di tentazioni pronte a corrompere le tue migliori intenzioni circa il volerti "libero".
      Cedi una volta a una tentazione, a un piccolo compromesso (magari per effettivo bisogno), cedi per sempre.
      Senza contare tutto il marasma intricato di motivazioni emotive e psicologiche che ci spingono tutti a cercare fuori di noi approvazione, accettazione, sicurezza affettiva, minacciati di "asocialità" (quando non di peggio), se appena rifiutiamo di aderire a concetti ritenuti "normali" quasi si trattasse di sacre regole indiscutibili e non di pressionisociali indebite.
      Ma essere "liberi", è - come ricorda Jiddu Krishamurti - essere liberi, innanzitutto, da ogni autorità interiore.
      Difficile che tu segua un Charles Manson se non alberghi in te la fragilità che ti spinge a cercare all'esterno un qualche maestro che si rispecchi in quello cui sei fedele in te stesso, no?
      lcuni cercano fuori un equivalente dell'idea di Dio che coltivano dentro di sé. Altri cercano fuori un padre cui ancora obbediscono dopo 20 anni che è morto. Altri ancora dipendono totalmente da un'idea di famiglia perfetta che ritengono perduta e in realtà non è mai esistita altrove che in uno spot.
      Cerchiamo specchi dei nostri desideri, e cadiamo dentro a buchi del bianconiglio di cui non sappiamo la contiguità con la Regina di Cuori che ci mozzerà la testa per puro capriccio.
      Ci stiamo avventurando, cara amica, su un tema estremamente affascinante e irto di tranelli.
      Però, chi ha mai voglia di interromperlo per questo?
      Buon week-end e buon inizio primavera...

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    7. Altri ancora dipendono totalmente da un'idea di famiglia perfetta che ritengono perduta
      vale anche come "società perfetta che ritengono perduta".
      Ogni idea di società non è in fondo null'altro che un'idea di famiglia estesa, con le sue regole e le sue teste da mozzare al primo sgarro o mani da bacchettare al primo impulso di ribellione alle regole date. Cioè imposte.
      Non se ne esce che estirpando in noi anche l'idea che sia possibile un'autorità senza i suoi comandamenti.

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    8. "Cerchiamo specchi dei nostri desideri, e cadiamo dentro a buchi del bianconiglio di cui non sappiamo la contiguità con la regina di Cuori che ci mozzerà la testa per puro capriccio".

      Questa sintesi è magnifica; Italo Calvino ha avuto bisogno di un intero romanzo per esprimerla, "Se una notte d'inverno un viaggiatore". Ma la tua è tutta fortuna, hai dalla tua la primavera, di fatto e di nascita.

      Tuttavia non posso che dissentire sulla soluzione che proproni alla fine del tuo secondo, più breve commento. L'autorità superiore a ciascuno di noi è pressante e inflessibile per ognuno: l'onnipresenza della morte, e della fatica e della lotta per la sopravvivenza che impone a tutti, senza se e senza ma, al massimo con qualche sconto temporaneo, a seconda della porzione di mondo in cui a ciascuno è capitato di esser... sganciato dalla cicogna. Solo ai realmente più forti e virtuosi -- nel senso etimologico della parola virtù, che è il termine "vis, roboris", cioé, appunto, forza -- è dato di fare lo stilita o l'anacoreta, e vivere dell'acqua di sorgente (finché ne trova di non inquinata) e dei tozzi di pane che corvi in volo lasciano cadere dal cielo o che angeli radiosi e servizievoli fanno cuocere per loro su pietre roventi, per rinfrancarli nell'esilio inevitabile dal pingue mondo degli ingiusti, come accadde al profeta Elia. Questo vuol dire che l'affermazione di apparente integrale purezza e placida, inalterabile mitezza di Krishnamurti, porta, a ben guardare, in sé -- perdonami -- un germe di cinismo e intransigenza inscalfibile neanche dal più primordiale e mai del tutto soppresso richiamo di umana solidarietà, unico baluardo contro l'ottenebrata e muta ostilità del cosmo non vivente e non senziente. E' una sottile, perfida vittoria della morte e del suo abile piazzista, maestro di trasformismo e camuffamenti. So che mi capisci, non mi va proprio di nominarlo.

      Meglio, molto meglio porgere orecchio ai comandamenti della Vita, per quanto faticosi e persino ostrogoti possano risuonare in questo immenso parco giochi del Reietto Assassino.

      Ciao cara Ross, buona domenica e buona primavera a te.
      Con affetto, marilù.

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  3. @Rossland: Beh, certo l'"Internazionale" sarebbe stata tutta un'altra cosa, ma li sentivi, poi, gli "amerigggani", che la loro canzoncina ce la fraccano dappertutto, mano sul cuore e lacrima agli occhi? Ascoltavo ieri un qualche pirla di sedicente "esperto" intervistato da SKY(fo)News manco fosse un luminare che, sdottorando sul plebiscito che ha sancito il ritorno della Crimea alla Russia, per almeno quattro volte di seguito (poi ho spento, nauseato) l'ha chiamata Unione Sovietica, come se non fosse scomparsa ormai da quasi un quarto di secolo, senza che l'esimio giornalista glielo facesse notare....

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    1. No, grazie. Né l'Internazionale né Marsigliese. E' proprio che gli inni mi fanno tristezza, tutti. Non chiedermi perché: non lo so.
      Così come mi fanno sempre sentire triste canzoni come We Shall Over Come o le canzoni di Pierangelo Bertoli e tante altre. Quelle cioè che sono diventate comunque degli inni politici e ti basta sentirle per sbaglio per provare la trsitezza che danno sempre tutti i tradimenti.
      Dev'essere quello, forse: gli inni sono tutti sostanzialmente dei tradimenti.
      Ecco: per ricordare a quello di Sky News che l'Unione Sovietica non esiste più da un quarto di secolo, basterebbe chiedergli se ricorda come fa l'inno dell'ex Unione Sovietica.
      Chi se lo ricorda alzi la mano...
      Manco quello degli Stati Uniti, saprei dirti: rimuovo, mi distraggo, cerco vie di fuga dalla tristezza...

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