venerdì 17 ottobre 2014

Fughe inconsapevoli

Scrive Piotr in un lungo (terribile) post ripubblicato su Megachip:
"...non è nascondendo la testa sotto la sabbia che si evita di fare i conti con la propria coscienza. Alla fine saremo costretti a cercare di capire se una coscienza ce l'abbiamo oppure no.

Siamo infatti di fronte a un punto di non ritorno, un punto in cui la domanda sarà secca: "Ce l'ho o non ce l'ho una coscienza?"
E' una delle domande più scomode che un essere umano possa porsi, quella sull'avere o meno una coscienza.
Raimon Panikkar, nel suo Il silenzio del Buddha (ed.  Mondadori - pag.149/150), richiama a una realtà piuttosto comune, per quanto attiene l'aver "coscienza". 
Scrive:
"...Tre sono i grandi problemi che si presentano alla coscienza umana e hanno inquietato l'umanità da quando ha cominciato a servirsi della propria facoltà pensante. Tre sono i grandi ambiti della realtà che, in un modo o nell'altro, la coscienza umana ha identificato fin dal principio: la terra, il cielo e l'essere umano. Sono tre sfere irriducibili ma inseparabili...L'uomo ha coscienza del mondo che lo circonda...L'uomo sembra provare poca curiosità nel conoscere se stesso...La coscienza è piena ma l'autocoscienza non si è ancora destata..."
In altre parole, ci ricorda che non è data piena coscienza del mondo senza coscienza di sé. 
In un altro passaggio scrive che consapevolezza è conoscenza, che solo la coscienza di sé e la conoscenza del mondo intorno a sé (terra, cielo, essere umano) può dirsi autentica consapevolezza.
Coscienza, conoscenza, consapevolezza: termini abusati, oggi. 
La consapevolezza ormai si vende come qualsiasi altra merce: si tengono sulla consapevolezza corsi (a pagamento), si producono valanghe di libri, si organizzano costosi seminari e workshop il cui risultato concreto è, nel 99% dei casi, l'apprendere l'arte (dimenticata nel giro di un paio di settimane vissute nel mondo), dell'astrarsi da sé, del dimenticarsi del mondo intorno a sè per trovare consolazione (dietro pagamento) in un'idea ovattata del mondo che esclude il mondo stesso per indicare solo il cielo sopra di sé o una vaga interiorità. 
Vuota, è meglio.
Ma se siamo tutti vittime inconsapevoli di racconti su realtà di cui non abbiamo conoscenza, come possiamo dirci "coscienti" di ciò che la realtà sia?
Ci assale spesso il dubbio, ci ritroviamo sempre più spesso a provare disgusto per la realtà intorno a noi e ci assale a volte perfino un sotterraneo terrore per certe realtà di cui veniamo a conoscenza grazie a notizie (manipolate) e a immagini (manipolate).
Ma all'inquietudine per quelle notizie e quelle immagini ci sottraiamo un momento dopo, cercando l'evasione e la distrazione che ci salvino dalla paura.
Scappiamo sempre, costantemente, in ogni attimo della giornata verso qualcos'altro che non sia ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Scappiamo a Natale verso l'isola felice e a Pasqua verso riedizioni di improbabili fattorie biologiche che ci restituiscano l'idea di un mondo sognato ma inesistente, non reale se non in quell'isola perché frutto, come quasi tutto il resto, di un'operazione di marketing rivolta proprio al nostro desiderio di fuga da una realtà che sentiamo insopportabile.
Ci consoliamo, ci accontentiamo, ci raccontiamo su noi stessi la favola delle nostre buone intenzioni fuggendo a gambe levate da quella presa di coscienza che ci chiamerebbe a una presa in carico della nostra quota parte di responsabilità per quanto ci accade intorno. 
Ci salviamo la quotidianità grazie alla favola che ci raccontiamo sulle nostre buone intenzioni.
Ma le buone intenzioni, i buoni pensieri, i buoni sentimenti, sono quelli che spingono all'azione.
Senza azioni conseguenti all'intenzione non si può parlare di coscienza, né quindi di conoscenza né tantomeno di "consapevolezza".
Temo che questa sia la storia: digeriamo alla fine tutto, ma proprio tutto tutto, a patto che nessuna cosa impatti sul nostro sacrosanto desiderio di fuga dalla sgradevole realtà che siamo costretti a vivere. 

Sento vocine sussurrarmi: 
"Ma che dovrei/potrei fare io? Il mondo è sempre stato così e io già fatico a vivere e a tirar sera..."

Più che giusto, tranne che prima di chiedersi "Cosa fare?" è necessario aver preso coscienza (cioè conoscenza) della realtà della terra, della realtà del cielo, della realtà umana. 

"La coscienza è piena, ma l'autocoscienza non si è ancora destata"
E questo temo sia il punto.
Anche per me, sia chiaro. 
Per questo la domanda di Piotr "Ce l'ho o non ce l'ho, una coscienza?" mi colpisce con tanta forza da buttarmi a terra al primo colpo. 

2 commenti:

  1. Eppure credo che ci sia da stare attenti, a volte alla "coscienza". Non dico in questo caso specifico, Piotr è una persona stupenda (e con una biografia notevole), tra l'altro è un gran conoscitore dell'India.

    Dico in generale. Prima di richiamare la coscienza, è bene essere sicuri di essere lucidi.

    Le strade di Mosul sono lastricate dei cadaveri di meravigliosi ragazzi cui qualcuno ha fatto vedere le violenze subite dai sunniti, e poi ha chiesto, "ma ce l'avete una coscienza?"

    Coscienza ha due significati, sentirsi responsabili per... ed essere lucidi.

    Le due cose devono restare saldamente unite...

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    1. ...Coscienza ha due significati, sentirsi responsabili per... ed essere lucidi.

      Le due cose devono restare saldamente unite...


      Riportando il pensiero di Raimon Panikkar nel paragrafo sopra, mi proponevo di rendere chiaro il cosa sia per me "coscienza".
      Conoscenza e consapevolezza, cioè lucidità appunto.
      Temo sia forse proprio il termine "consapevolezza" a creare confusione: come scrivo, ormai si vende a pacchi in alternativa a antidepressivi e sonniferi.
      Costa un po' di più, ma il risultato è spesso uguale: un sonno diffuso.

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