domenica 5 ottobre 2014

Le rivoluzioni di successo

Scrive Roberto Saviano, L'antitaliano:
"...Ma al di là di questi miei ricordi personali, l’invito ai ragazzi, quelli che ancora non si riconoscono nei fallimenti di questi ridondanti agit-prop, è di guardare il documentario “Everyday Rebellion”, un documentario preziosissimo dei Riahi Brothers....Un documentario che mostra come questi movimenti vadano oltre le miopie ideologiche e raccolgano diversi modi di pensare uniti in una consapevolezza: così non si può andare avanti. La crisi economica e i regimi stanno distruggendo le possibilità di felicità, il lavoro, la serenità. E ci si unisce molteplici in nome di rivendicazioni comuni, non animati dall’odio o dalle teorie del complotto."
Non so che documentario abbia visto Saviano ma forse ne abbiamo visti due diversi con lo stesso titolo.
O forse, è che è rimasto così colpito dalle frasi iniziali che riporta nel pezzo da essersi completamente perse quelle verso la fine.
Più che mostrare questo documentario quanto "questi movimenti vadano oltre le miopie ideologiche", Everyday Rebellion è se mai la conferma che questi movimenti (Occupy, Indignados, Femen, Tahrir, arancioni, verdi, etc), non sono che un format per realizzare rivoluzioni di successo.
Sono esportabili ovunque uguali, con piccoli aggiustamenti locali, perché uguali sono gli obiettivi: buttare giù governi recalcitranti nell'adottare leggi favorevoli agli affari di banche, multinazionali e corporations, le quali hanno ormai bisogno di fare il salto definitivo: da suggeritori dietro le quinte a esecutori testamentari del pianeta.
Non manca infatti di citare sospetti che circolano da tempo sui finanziatori di questi movimenti, su come vengano reclutati e addestrati quei leaders inizialmente spontanei che diventeranno poi i dealers, gli "esportatori della rebellion" quale unico metodo vincente per manifestare la propria rabbia in modo educato e social.
Il movimento, spiega il documentario, sarà sempre e solo "democratico", "pacifista", "colorato", "creativo", e 2.0.
Avremo giocolieri e art-attack all'opera pronti a inventare modi originali di rompere le scatole al potere facendo però ben attenzione a non fargli nemmeno un graffio, almeno finché non è il momento dell'entrata in scena della carica della polizia.
Allora in piazza rimangono solo i fessi, quelli che incazzati lo sono davvero e ci han creduto, che bastasse essere colorati e creativi e social.
C'è un passaggio, verso la fine, in cui si riprende la leaders delle Femen a Parigi, dove tiene dei veri e propri corsi di addestramento alle nuove volontarie, selezionate in base a standard precisi: giovani, carine, fotogeniche, magre, disposte ad apprendere l'arte "rivoluzionaria" di esporre il seno dipinto o il corpo nudo coperto da qualche scritta contro il bruto di turno. Nulla è lasciato al caso e nessuna può uscire dallo schema teatrale preordinato, pena l'espulsione dal gruppo.
Si vedono leaders degli Indignados che alle ragioni della gente, che in piazza scende perché ha problemi veri e ha voglia di esprimere la propria rabbia con le proprie parole, sfornano risposte sedative confezionate minuziosamente a tavolino, indicano comportamenti prestabiliti da osservare perché quelli e solo quelli garantiscono un successo di pubblico.
Se ne ricava l'idea di un marketing applicato alla realizzazione di uno spettacolo di piazza cui nessuno vorrà mancare.
Poi, ottenuta la caduta del governo del paese oggetto di attenzione, tornata la "democrazia" post polizia, di questi favolosi Occupy, Femen, Indignados e piazze Tahrir non se ne sente più parlare.
E vorrai farti una domanda nella vita sul perché Occupy stia uguale un giorno a New York e l'altro a Hong Kong, o no?
Ti verrà un piccolo dubbio che magari qualcosa non quadri se ogni piazza si ripete uguale in grandi metropoli ma solo in sequenza, mai in contemporanea, così che Occupy è prima a New York, poi a Madrid, poi a Tunisi, poi a Kiev, etc., o no?
Certo son belle a vedersi, le rebellion cui tutti vogliono partecipare e si organizzano portando salsicce, tende per la notte e matite colorate per i bambini.
I problemi sono reali, e sta lì il punto di forza: non serve pagare la gente comune perché ti faccia da Occupy-comparsa: basta che spendi appena un po' per finanziare l'organizzazione di quella rabbia che tu corporation hai prodotto e ottieni, grazie all'uso scenografico di quella rabbia che riempie la piazza, nuovi governi, più miti e collaborativi nei quali puoi anche piazzare senza che nessuno ti osteggi un paio dei tuoi, esperti senz'anima adattissimi a dirigere le nuove mortifere danze.
Chissà poi perché Occupy in Italia non ha mai attecchito? 
Forse perché abbiamo già gli Arlecchini servitori di 2 (o più) padroni?

1 commento:

  1. Giusto: il format Occupy qui nella Terra dei Cachi non ha mai attecchito perché di buffoni ce n'è già abbastanza ovunque volgiamo lo sguardo. Rimango dell'idea che l'unica sia colpire il sistema dove gli fa veramente male, perché è la sola cosa che che gli interessa: il portafogli. A cominciare dal rifiutarsi di pagare la TASI, o versarla solo parzialmente, tra nemmeno due settimane: un'obiezione fiscale che, trattandosi di una tassa non trattenuta alla fonte, si potrebbe fare, ma che nessuno, nemmeno il M5S che pure vi aveva accennato un anno e mezzo fa, si è sognato di organizzare. Colpendo direttamente i sindaci, che non avrebbero più alcun mezzo per far funzionare i servizi essenziali, li costringerebbe (magari a furor di popolo: poiché sono più raggiungibili ai cittadini infuriati di "quelli di Roma") a mettersi loro contro al governo centrale e, nel caso, a prendersi le legnate poliziesche che altrimenti sarebbero riservate ai partecipanti delle inuitli, obsolete "adunate di popolo" con tanto di giocolieri e "creativi" all'opera. Almeno cominciare da qui: ma tutto tace. Per ora.

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