sabato 28 febbraio 2015

Noi, di David Nicholls

Prima c'erano Nick Hornby e Jonathan Coe, che hanno tracciato un solco fra il prima e il dopo del romanzo inglese moderno: come dimenticare le ore a leggere La banda dei brocchi - J. Coe, 2001 o Non buttiamoci giù - N. Hornby, 2005?
All'epoca ne volevo sempre uno via l'altro.
Volendo leggere per rilassarmi andavo a colpo sicuro: un ripassino della Londra punkettara che fu, una spolveratina di citazioni musicali anni '80/'90, qualche incursione nella livida ma creativa Inghilterra post Thatcher o direttamente in quella già più cinica di Blair, e avevo tutto ciò che mi serviva per sentirmi in sintonia emotiva con il/la protagonista: sapevo di cosa parlava e potevo perfino identificare luoghi e humus del periodo.


Poi è arrivato David Nicholls, che mi fa piangere.
No, capitemi: i suoi libri mi commuovono davvero, al punto che sia leggendo il primo, Un giorno, che pochi giorni fa leggendo Noi, mi sono trovata ad asciugarmi le lacrime come fossi un'adolescente al primo romanzone d'amore.
Solo il giorno dopo averlo finito ne ho capito la ragione: Nicholls scrive degli Harmony!
E' lui la conferma della ragione per cui gli Harmony esistono ancora!!! e vendono a palate: raccontano l'amore ricco di sofferenze pataccare in versione femminil-kitch.
Hanno però gli Harmony il pregio, rispetto a Nicholls, di una maggiore sincerità verso il proprio target: sono destinati a un pubblico femminile molto molto romantico, con scarse esigenze letterarie e molta voglia di sognare.
Nicholls pare aver copiato le trame dagli Harmony aggiustandone con maggiore astuzia i clichè così da garantirsi il successo editoriale anche con un target più esigente: mentre in quelli gli innamorati, dopo qualche opportuna sfiga, avranno un happy end garantito, qui i due si incontrano senza volersi incontrare, si innamorano per destino letterario, formano una famiglia colta ma tormentata che puntualmente, come in un dramma lirico, si sfascia prima della fine del terzo atto cavandoti fuori lacrime e applausi per un finale arcinoto.
La differenza fra l'opera lirica e Nicholls sta invece in questo: nell'opera, l'eroina o l'eroe muoiono sempre prima della fine del terzo atto, e da lì il crescendo di passione della trama (non morissero, la storia perderebbe fascino nel giro di una rappresentazione).
Qui, con Nicholls, non essendo più quei bei tempi di amore, tragedia e morte, bisogna accontentarsi di una (ufff...) separazione, ovviamente educatissima, rispettosissima e civilissima. 
Cioè falsa come il demonio.
L'altro appeal che ti trascina per le oltre 400 pagine, sono i dettagli facilmente riconoscibili dal lettore, espediente a suo tempo già sperimentato con successo, appunto, sia da Coe che da Hornby: l'ambientazione del primo incontro è sempre nella Londra notturna e punkettara anni '80/'90, avviene quasi sempre a un party organizzato da amici squinternati e molto alcoolici, si accenna all'uso socializzante di una qualche droga che fa molto generazione finta protesta anti-borghese e poi la storia si sviluppa dal post sbornia del mattino dopo che li trova insieme, chissà perché...

La trama a quel punto si sposta, con il matrimonio dei due, verso un quartiere più snob, mentre l'amore che continua li fa sognare di diventare tre finendo così per stabilirsi, consolidato il successo entrambi e costituita la famigliola standard, verso quella campagna inglese vagheggiata per la propria prole da ogni ex punkettaro metropolitano trasformato letterariamente in borghese di successo al boa dei trenta.
Dislocati comunque a non più di un'oretta di macchina da teatri e luoghi alla moda, ché va bene stabilizzarsi emotivamente ma la cultura e la socializzazione vanno coltivate per mantenere i contatti che contano, l'autore finisce per articolare la trama portante (sì, c'é anche una sottotrama per soddisfare i palati più fini) in una sorta di viaggio pre-senile che si trasforma in un'inseguimento delle opere d'arte più note esposte nei più importanti musei europei: insomma, romanzo e pure guida turistica per intellettuali mordi e fuggi.
Se con un libro di Hornby ti potevi fare una perfetta playlist anni '90, con Nicholls puoi crearti un tuo itinerario d'arte 2.0, con tanto di orari ferroviari e aerei prenotati last minute via iPad su eDreams come esige il popolo dei social.
C'è tutto quel che serve perché ci si identifichi con i protagonisti: l'amore che dura, la famiglia che attraversa dolori ma rimane saldamente insieme perché si ama, la difficoltà di restare fedeli a se stessi crescendo dei figli e pure quel mix di cultura un tanto al chilo che fa l'occhiolino ai meno propensi al romanzo d'amore tout court.
Belli alcuni passaggi, scontatissimi eppur per questo coinvolgenti i dialoghi fra i personaggi. 

Così voi capite perché dopo 250/300 pagine l'adolescente in me s'è persa in lacrime fino alla fine come quando leggeva Polyanna.
Il fatto è che il romanzo d'amore nichollsiano consente anche ai lettori più sofisticati di godersi un Harmony senza doverlo mimetizzare alla vista mentre viaggia in tram o di doverlo imbucare in bagno quando è in casa, così da poterlo addebitare alla fantomatica donna a ore in caso di ospiti intellettualmente spocchiosi.
Dalla parrucchiera invece va benissimo: lì lo si può esibire e perfino promuovere.

Esattamente come si farebbe fra amiche complici con un qualsiasi altro Harmony.
Però non vi illudete: fra questo e un qualsiasi Liala, io sceglierei l'autentica Liala. 
Voglio sapere cosa sto leggendo e per cosa sto piangendo, e da Liala o Harmony non mi sento truffata nei sentimenti scoprendomi a piangere a calde lacrime per un amore triste di 40 anni fa, ma aggiornato in stile fuffa letteraria anni duemila.

(ma le troppe scuole di scrittura creativa non avranno un po' esagerato nel consentire agli odierni autori di Harmony di avere così tanto successo di vendita anche fra i lettori presunti colti?)

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