sabato 7 marzo 2015

Eredità e immortalità

Indipendentemente dal fatto che siamo felici o infelici, il nostro organismo ci spinge ad aspirare all'immortalità; ma poiché sappiamo per esperienza che moriremo, andiamo alla ricerca di situazioni capaci di farci credere che, nonostante l'evidenza empirica, siamo immortali.
E' un desiderio che ha assunto molte forme : la credenza dei faraoni che i loro corpi rinchiusi nelle piramidi fossero immortali; le innumerevoli fantasie religiose di una vita dopo la morte, nei felici territori di caccia delle società venatorie; il paradiso cristiano e islamico.
Nella società d'oggi, a partire dal XVIII secolo, la "storia" e il "futuro" hanno preso il posto del Cielo cristiano: la fama, la celebrità, persino la cattiva nomea - insomma, tutto ciò che sembra assicurare almeno una nota a pie' di pagina nel registro della storia - costituiscono un frammento di immortalità.
L'aspirazione alla fama non è semplice vanità mondana: contiene in sé una qualità religiosa, agli occhi di coloro che non credono più al tradizionale aldilà, e lo si nota particolarmente nel caso dei leader politici. La pubblicità prepara la strada all'immortalità, e gli addetti alle pubbliche relazioni divengono i nuovi sacerdoti.
Ma, forse più di ogni altra cosa, il possesso di proprietà costituisce la realizzazione del desiderio di immortalità, ed è per questo motivo che l'orientamento all'avere ha tanta pregnanza. Se il mio è costituito da ciò che ho, sono immortale se le cose che ho sono indistruttibili.
Dall'antico Egitto a oggi - vale a dire dall'immortalità fisica, ottenuta con la mummificazione del corpo, all'immortalità legale, assicurata dal testamento - la gente è sopravvissuta al di là della durata della propria esistenza fisica e mentale. Tramite il potere legale dell'ultima volontà, l'assegnazione delle nostre proprietà è prestabilita per le generazioni a venire; tramite le leggi che regolano l'eredità, io, in quanto sono proprietario di capitali, divengo immortale.
Da Avere o Essere, di E. Fromm -pag. 96/97 Ed. Oscar Mondadori 1995

Pensavo: forse è questa la ragione della nota prolificità dei poveri e dei derelitti.
La naturale aspirazione umana all'immortalità li spinge, non possedendo che il loro stesso corpo, a riprodursi nella mai doma speranza che saranno un giorno i possessi terreni dei loro figli, a testimoniare di essere loro stessi vissuti un giorno. 
Ma pensavo anche che dev'essere questa la mia più alta coerenza: anelando intimamente a un'esistenza interamente dedicata all'ascesi, galleggio sempre al limite della nuda sopravvivenza, senza mai aspirare a nulla di più che lo stretto necessario. 
Pronta insomma a realizzare in qualsiasi momento la mia idea di immortalità riunendo il mio allo spirito senza nome, quello che tutto avvolge e abbraccia.
Un'eterea sostanza, lo spirito, di ben difficile lascito testamentario, ma ragione invisibile del mio dibattermi quotidiano per il pane.

3 commenti:

  1. Scusa Ross, sarà l'ora tarda, saranno le angosce legate alle prospettive del mio personale futuro (o piuttosto a quello di alcuni tra i miei più cari affetti in particolare; il rispetto dovuto alla loro sacrosanta privacy non mi permette, qui, di chiarirti meglio il punto), ma quando leggo che è "lo spirito senza nome" a costituire "la ragione invisibile" del tuo "quotidiano dibatterti per il mero pane" mi si stringe il cuore...
    Più che una spinta all'immortalità, quello spirito sembra essere un severo carceriere, o l'ultima diga nei confronti di un istinto che non definirei di autoconservazione.
    Mi sto arrampicando sugli specchi, e mi dispiace riuscire ad essere nient'altro che goffamente diplomatica davanti a tanta amarezza.
    Ciao Ross, ti abbraccio.
    marilù

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    1. Ciao Marilù...
      Sicura che a far entrare in azione la "goffa diplomazia" non sia un'interpretazione, appunto notturna, del "grande spirito"?
      Eppure, pensa: è da questo che attingiamo ogni inspirazione ed è a questo che la restituiamo a ogni espirazione.
      Nulla ci è più carceriere comune, e nulla è più amato e decisivo: senza, nulla ci è più possibile, in nessuna ora del giorno o della notte.
      Ci nutriamo di questo più che di ogni altra cosa, altro che slogan expo a nutrire il pianeta. Attingiamo ormai inconsapevoli a una fonte così alterata di vita da pensare che ci bastino i km zero (finti) o una (finta) green energy.
      L'aria è il primo nutrimento.
      Nell'invisibile ha radici la nostra vita.
      Lì risiede il "grande spirito" cui mi riferisco (quello dal quale voglio credere tu possa attingere tutta l'energia e la forza per molto carnalmente, e senza alcuna diplomazia, mandarmi lì, cioè a f....., se lì ti viene da mandarmi quando leggi a notte fonda).
      Un abbraccio.

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  2. No Ross, non c'è carnalità che giustifichi, da parte mia, finte attenzioni simil-grillesche nei tuoi riguardi. Non con una.... grande persona come te, e non con tutta la vera tristezza che, tuo malgrado, mi avevi...ispirato, stanotte.
    Quindi, a maggior ragione: Viva il sole!
    E un altro abbraccio.
    marilù

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