sabato 27 giugno 2015

Vecchi pensieri come nuovi

Fino a qualche tempo fa, quando mi capitava di sentirmi chiedere “Ma tu, da che parte stai?” avevo una sola risposta:”Dalla mia”.
Da qualche anno a questa parte mi accorgo che sempre meno mi riesce facile la risposta che taglia le gambe ad ogni tentativo di giudizio generico (se sto “solo” dalla mia parte, o attacchi me personalmente oppure ti attacchi).
Nella quasi monotona e irrisolvibile questione del da che parte stare oggi, mi trovo a sentirmi istintivamente dalle parti dove dovrei essere teoricamente assente. 

Cioè, ovunque. 
Se si parla di lavoro, sto con i disoccupati, con quelli che protestano sui tetti al freddo, con quelli che a Rosarno raccolgono arance e pomodori, che dormono in fabbriche dismesse al nord e a cui invece sparano al sud.
Sto con quelli che forse ce l’hanno fatta ma non è detto, con quelli che comunque vadano le cose sono fregati, con i titolari delle piccole attività che hanno chiuso o stanno chiudendo perché non ce la fanno e tanti saluti al piffero della globalizzazione.
Globalizzazione della miseria, ma non ce l’hanno mai detto subito e ormai è andata.
Se si parla di casa sto con gli sfrattati e sto pure con gli immigrati, che non ne hanno diritto al pari di ogni altro che ne avrebbe diritto ma se ne hanno uno, e si mettono in fila per averla, una casa, vengono ritenuti colpevoli di rubare case agli italiani (brava gente!).
Sto con quelli che le case le occupano e hanno ragione a farlo, con quelli che sono costretti a chiamare casa un tetto di lamiera e cartone lungo un fiume o in mezzo a un boschetto allagato e infestato dai topi con cui si contendono il formaggio scaduto ritirato alla mensa degli scarti umani. 

Se si parla di giustizia non so stare che dalla parte dei truffati dalle banche, con quelli che dai bond argentini non si sono più riavuti e quelli che pagheranno la casa dei loro vecchi sogni a prezzo esponenziale della vita di oggi, che non avranno più per poterla pagare, quella casa, prima di cederla arresi, di nuovo alla banca.
Sto con quelli cui hanno ammazzato il figlio di notte per strada o il fratello mentre era al sicuro in carcere, come fossimo in un triste paese sudamericano dove la gente in carcere non vale come persona ma come punching-ball.
Sto con le mille donne che dopo aver subito un’aggressione fisica ne subiscono anche una mentale, così, tanto per far l'en-plein, perché sono loro a dover dimostrare che l’aggressore non le ha violentate o massacrate di botte su loro specifico invito a farlo (perché si sa, le donne son masochiste e bisogna farle contente). 


Sto con gli sfigati, quelli che si alzano la mattina e non leggono nemmeno più il giornale tanto sono loro la certezza di un oroscopo fortunato anche oggi per avere ancora un giorno di lavoro e di vita. 

Domani chi sa.
Se si parla di politica ogni giorno di più finisco zitta e muta, senza nemmeno più un istinto di sopravvivenza a farmi dire “Ecchecazzo!”, tanto non so dove sia ormai la speranza che ci salvi dall’orrore in cui stiamo precipitando, in cui siamo già precipitati, nel quale precipiteremo ancora e ancora non avendo il pozzo scuro della brutalità del capitale una fine che non sia la nostra.
Mi resta una certezza (e stanno tentando di rubarmi anche questa): se il personale è politico, è certo che i politici sono nel posto giusto. Perché non c’è cosa su cui si esprimano, che decidano, che facciano, su cui legiferino che ogni giorno di più non rispecchi un loro qualche esclusivo interesse, personale e perciò politico, e appunto per questo, da difendere in cielo in terra e in ogni luogo.
Fosse anarchia sarebbe qualcosa.
Ma c’è un Re invisibile, chiamato lucro del capitale che vuole, comanda, esige, pretende.
E ci sono i servi di palazzo che eseguono tutti, pur a volte con qualche inutile mugugno esibito per via del salvare la facciata del palazzo dalle tarme e continuare la recita a beneficio del supposto popolo giustamente definito bue, per via della infinita pazienza bovina una e trina che fa miracoli e non finisce mai tranne quando finiscono i buoi. 

Ecco, se oggi qualcuno mi chiedesse da che parte sto, direi ancora “Dalla mia”, dalla parte dei buoi pazienti sì, ma di quelli che stanno scappando dalla stalla.
Da tutte le stalle.
Sto dalla mia parte includendo come mia anche ogni altra parte che mi vorrebbe esclusa. Ma di certo sono un lavoratore precario di oggi con i diritti a zero sanciti per neo-costituzione dal blow-job act.
Sono un disoccupato di ieri sui tetti, sono un ex raccoglitore di arance sparato a Rosarno, sono un senza tetto lungo il fiume spazzato via dalle ruspe del decoro urbano, uno che ha perso tutti i risparmi grazie ai bond argentini e sono cazzi suoi che si è fidato e ora è in fila alla mensa dei poveri che racconta le sue disgrazie agli immigrati per farsi compatire dalla loro miseria che non sarà mai la sua anche se è la stessa.
Sono una cui hanno ammazzato un figlio o un fratello in carcere, una che le ha prese senza averle mai chieste e che andrà anche senza speranza davanti al giudice decisa a ripetere ancora cento volte che no, non ho chiesto io tutto questo ma non intendo stare in silenzio mentre mi violentano la vita degli stronzi disposti a menare sprangate morali a destra e a manca pretendendo di sembrare innocenti ai miei e ai loro stessi occhi.
Stronzi e bestie cieche e sorde, che per vedersi vestiti dei loro peccati dovrebbero guardarsi con i nostri occhi, allargare l’orizzonte blindato dentro cui hanno asserragliata l'umanità da bacio perugina che pensavano di avere e per questo si temono da soli. 

Li sospetto terrorizzati dalla loro stessa volgarità, a volte; che per questo terrore stiano avvinghiati a una qualsiasi poltrona parandosi il culo l’uno con l’altro per il timore di un ritorno a casa e del doversi lì riguardare allo specchio del vecchio bagno dove le menzogne si vedono tutte e chiaramente ogni fottuta mattina che ti svegli senza poter esigere alcun appello.
Bugiardi e servi che sanno bene chi sono meglio di quanto lo sappiamo o lo sapremo mai noi.
Non hanno illusioni o fantasie sulla libertà, sulla giustizia sociale, sull’onestà di un lavoro che dia dignità: sono solo parole da campagna elettorale rielaborate in versione storytelling promozionale per risultare umani fra gli umani, loro che sono solo bestie da circo estinto.
Loro sono così.
Senza speranza.
Per questo è necessario staccarsi.
Forse non abbiamo un destino comune fra noi ma di certo non ne abbiamo mai avuto uno in comune con loro.
Loro mi sono estranei, alieni come perfidi marziani in cinematografiche sembianze umane pronti a nutrirsi di ogni povertà, di ogni ingiustizia, di ogni questione morale o etica quasi che l’intera umanità fosse il loro campo di foraggio, l'alimento vitale senza il quale l'esistenza gli si spegne in gola e quindi bisogna capirli: succhiano, succhiano, succhiano perché è nella loro natura succhiare vita dalla vita altrui.
Parassiti, ingurgitano ogni sofferenza e ingiustizia per nutrire l’ego abnorme che li tradisce a ogni leggina, a ogni ordinanza, a ogni pisciatina di cane che si fermano a fare su un platano lungo il nostro viale dove emerge tutta intera la loro diversa natura aliena che ne svela le autentiche intenzioni succhiatorie nonostante loro.
Sto dalla mia parte.
Cioè la nostra, se vi pare. 

La mia, in ogni caso, che non è la loro.

Ripescata da un vecchio diario del 2011
 

2 commenti:

  1. "dalla parte dei buoi pazienti sì, ma di quelli che stanno scappando dalla stalla.
    Da tutte le stalle.
    Sto dalla mia parte includendo come mia anche ogni altra parte che mi vorrebbe esclusa...."

    sto da questa parte anch'io

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  2. La mia parte è quella di chi non ha privilegi, di chi non ha voce per difendersi, di chi grida, ma non viene ascoltato, di chi fugge da guerre e orrori e viene respinto come infetto e indesiderato. Sono stata Charlie Hebdo, pur non condividendone la politica editoriale. La mia parte è quella di tutte le vittime di una violenza spacciata per fede religiosa.

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