sabato 22 agosto 2015

Edipo e il Kitsch/2

Nel post precedente riportavo l'originaria definizione della parola tedesca Kitsch così come descritta da Milan Kundera ne L'insostenibile leggerezza dell'essere:
...il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterario quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
In queste ultime ore su Twitter a essere definito Kitsch è stato il funerale #Casamonica. Sbagliando obiettivo, secondo me.
Kitsch non è il funerale #Casamonica. 
Se Kitsch è l'eliminazione dal proprio campo visivo di tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile, Kitsch nel caso in questione è se mai la pretesa di auto-assoluzione da ogni responsabilità di quelli che dovevano sapere (e sapevano), e ci rifilano ancora una volta un patetico "Non sapevo" illudendosi di occultare ai nostri occhi la merda. 

Sempre Milan Kundera (una vera miniera, per decifrare l'odierna Italietta super-Kitsch) scrive, a proposito del "non sapere" in uso nella Cecoslovacchia dei carri armati praghesi nel 1968:

Chi pensa che i regimi comunisti dell'Europa Centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l'unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: Siete responsabili delle sventure del paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita di sovranità (è caduto in mano alla Russia), degli assassini giudiziari.
Coloro che venivano accusati rispondevano: Noi non sapevamo! Noi ci credevamo! Nel profondo del cuore siamo innocenti! 
Non vi suonano familiari questi comunisti cecoslovacchi? 
Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile, si diceva.
Rimuovere dal campo visivo ciò che è inaccettabile è anche l'infingimento di mettersi una mano davanti agli occhi, pratica spesso adottata dai bambini, per sottrarsi alla vista di ciò che fa paura: non entrando dagli occhi ciò che fa paura (o ciò che è brutto da vedere), la paura non si insedia nella coscienza.
Perché anche a questo servono gli occhi: la realtà che vedono gli occhi, una volta vista, diventa parte della nostra coscienza.

Se non vedo, non so.
Se non so, non ne posso divenirne cosciente.
Se non ne sono cosciente, non ne ho responsabilità.

Tornando al funerale #Casamonica e al Kitsch, nel libro di Kundera si trova verso la fine la citazione del dramma di Edipo che fa al caso nostro:
Edipo non sapeva di dormire con la propria madre ma, quando capì ciò che era accaduto, non si sentì innocente. Non potè sopportare la vista delle sventure che aveva causato con la propria ignoranza, si cavò gli occhi e, cieco, partì da Tebe.
Ora, il mafioso che desidera un funerale in stile Padrino, fa il mestiere suo: il Kitsch è connaturato al mafioso. 
Mi ha sempre colpito, a proposito di Kitsch mafioso, la descrizione di un covo nel quale, si scoprì nell'occasione della mancata cattura, un noto mafioso aveva allestito un suo personale altarino davanti al quale ogni giorno accendeva un cero e pregava la Madonna. 
Uccide il mafioso, anche spietatamente. 
Ma in cuor suo si assolve dicendosi che non poteva non uccidere perché questa è la legge della mafia cui ha giurato fedeltà. 
Ha un suo codice, lo rispetta. 
E per non sapere, si mette una mano sugli occhi così che ciò che l'altra sua mano fa non entri nella sua coscienza e lo mantenga, con questo non sapere, innocente.
Ha una sua perversa coerenza, ma ne ha una.
In questi giorni, forse non a caso, davanti alle telecamere, ad affermare che tutti quelli che dovevano sapere sapevano, è infatti un Casamonica.
Non un Prefetto né un prete e nemmeno il Comune sapevano: il Comune paga dei vigili a far da scorta al funerale mafioso, per questioni di traffico, immagino, ma lo fa con una mano sugli occhi. 
Ma appunto quella mano sugli occhi dice che non potevano non sapere.
Il mafioso non teme il Kitsch, e non ha perciò bisogno di mettersi una mano davanti agli occhi per ciò che ritiene per lui bello da vedere.
Noi invece, a forza di ciechi che non sapevano, abbiamo ormai un'idea precisa di come gli funziona la vista al potere, piccolo, grande, intermedio che sia. Ma ci scandalizziamo per il Kitsch del funerale senza vedere che il Kitsch autentico, quello che elimina dal proprio campo visivo ciò che è essenzialmente inaccettabile, è quello di chi si vanta innocente con una mano davanti agli occhi così che, la cosa non vista (e quindi non saputa), non entri a turbare la sua coscienza, cioè la sua idea infantile dell'innocenza da furto infantile di marmellata.

Edipo non sa di dormire con la madre, non lo può sapere perché viene abbandonato appena nato e perciò le cresce lontano, senza mai sapere che faccia ha chi l'ha messo al mondo.
E tuttavia, quando sa, la consapevolezza del danno che la sua ignoranza ha provocato a Tebe è tale da cavarsi gli occhi (per non aver visto) e partire dalla città per liberarla dalla propria infausta presenza.
Oggi invece, non solo chi non sa non si allontana da Tebe (nessuno arriva a chieder loro di levarsi gli occhi, per l'amor di dio!), ma si nasconde dietro la scusa infantile senza alcuna vergogna.
Si è convinto, il potente o il "potentino", a forza di darcela a bere sulla sua innocenza Kitsch, che ci berremo un ulteriore "Non sapevo" con cui ormai sempre si auto-assolve in loop.
E' questa pretesa innocenza ormai completamente smascherata dall'intero paese, a essere autenticamente Kitsch. 
Lo è più di qualunque carrozza e più di qualunque elicottero che spande petali di rosa sul "Padrino".
Quelli sono così davvero, non hanno bisogno di mentire quando esprimono esattamente ciò in cui credono e ciò che sono.
Noi, invece, per quanto ancora continueremo a fingere di credere alla pretesa innocenza Kitsch degli insaputi, prima di cacciarli da Tebe?

2 commenti:

  1. Nemmeno la chiesa, e quella cattolica in particolare, che guarda caso proprio a Roma ha il suo centro di emanazione universale, ha mai avuto paura del Kitsch (basta vedere come si conciano i suoi officianti che girano in cottola, collarino palandrane sgargianti e addobbi dorati) e quindi, del tutto coerentemente e giustamente ha officiato le esequie del capostipite dei Casamonica: ha fatto semplicemente il suo mestiere. I soliti insopportabili ipocriti luogocomunisti e benpensanti, puntualmente caduti dal pero, che l'accusano per questo tirando in ballo Selby (degnissima persona che ha fatto una battaglia meritoria) lo dimenticano e pretendono che vada contro i propri principi, quelli che le hanno consentito di sopravvivere per duemila anni e controllare anime e cervelli in combutta col potere politico. Sono gli stessi che pretendono, in nome dell'adeguamento ai tempi moderni, come se la "modernità", o meglio l'attualità fosse una motivazione di per sé e operasse come, nel diritto, l'usucapione o la prescrizione, di avere la benedizione delle unioni omosessuali da parte di un prete o l'approvazione da parte della chiesa della fecondazione assistita (e magari della clonazione). Gli Svendoli, tanto per capirci.

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    1. La chiesa è l'apoteosi del Kitsch nel senso proprio dato da Kundera, cioè nel "l'eliminazione dal proprio campo visivo di tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile".
      Le "cottole" e i lussuosi paramenti (nonché lussuosi appartamenti), si mascherano dietro un paio di millenni di storytelling sulla povertà quale valore con cui comprarsi un passaporto per il paradiso.
      L'adeguamento della chiesa ai valori della "modernità", letto da molti come segno della grandezza spirituale della chiesa che così mostra di essere "inclusiva" (altro termine kitsch che bandirei da ogni vocabolario delle persone decenti), non è che marketing spirituale in un mondo in cui la spiritualità è tale solo se collettivamente esibita in quanto trofeo che definisce l'appartenenza di tutti al mondo della buonitudine, della giustitudine, della ragionitudine e quindi della veritudine superiore.
      La riprova di come il brand sia estremamente duttile (e perciò inclusivo), l'abbiamo nello stuolo di "migranti spirituali", cioè in quelli che passano dal rifiuto della propria cristianità al più elitario brand buddhista in versione patacca, cioè praticato secondo standard prettamente cattolici: silenzio collettivo, meditazione collettiva, pratiche spirituali orientali collettive che vanno esibite perché letteralmente acquistate nel sempre florido mercato della spiritualità che fa distinzione sociale, distinzione etica e morale per cui se io pratico, cioè partecipo attivamente al rito dell'esclusività religiosa, ovviamente pagando il giusto che guru e preti devono pur campare, sono perciò stesso un "migliore".
      E la migliorità va esibita, proclamata, suggerita a volte, ma sempre con il distinguo per cui siamo certo tutti uguali ma ci si sente comunque migliori certificati dalla lunga processione di pagamenti (seminari, workshop, ritiri, convegni, ecc.) che attesterebbero una superiorità morale, etica, spirituale quando si tratta solo di superiore disponibilità economica.
      Poi, se vogliamo trovare il kitsch che trasborda (via miglioritudine) dal sacro al profano, non abbiamo che da consacrare i Meeting o meglio ancora, servirli a gratis, perché si sa: nessuno è cattolicamente superiore all'umile servo che serve al Meeting.

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