giovedì 20 agosto 2015

La pesantezza del Kitsch

Il libro giusto al momento giusto. Capita sempre così.
Essendo una sconveniente snob, mi ostino a non leggere mai un libro (e a mai vedere un film) nello stesso momento in cui tutti parlano di quel libro (o di quel film).
Così è successo con L'insostenibile leggerezza dell'essere, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1985, libro che mi ha perseguitato (devi assolutamente leggerlo!) per tutti gli ultimi vent'anni ma ho scelto di leggere solo ora, che non ne parla più nessuno.
E come spesso mi succede, scopro che era proprio ora, non allora, il momento giusto per apprezzarlo davvero.
Ora perché ciò di cui parla, ad esempio del momento in cui l'allora Cecoslovacchia venne invasa dai carri armati russi (nella notte fra il 20 e il 21 agosto del 1968, 47 anni fa!) che metteranno fine alla "Primavera di Praga", mi ricorda che quella primavera fu prima di ogni altra primavera (ucraina, araba, tunisina o egiziana che sia), e che forse è stata il prototipo perfetto di tutte le recenti primavere "colorate".
Proprio ora, dicevo, perché quei lontani fatti, alcuni dei quali raccontati e commentati nel libro di Milan Kundera, mi aiutano a comprendere meglio l'assurdo presente in cui vivo (viviamo?).
Scrive, ad esempio:
...Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò avveniva per ragioni morali, a meno che non vogliate sostenere che la merda è immorale! Il disaccordo con la merda è metafisico. Il momento della defecazione è la prova quotidiana dell'inaccettabilità della Creazione. O l'uno o l'altro: o la merda è accettabile (e allora non chiudetevi nel bagno!), oppure il modo in cui siamo stati creati è inaccettabile. Da questo deriva che l'ideale estetico dell'accordo categorico con l'essere è un mondo dove la merda è negata e tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch.
E' questa una parola tedesca nata alla metà del sentimentale diciannovesimo secolo e poi propagatasi in tutte le lingue. A furia di usarla però, si è cancellato il suo significato metafisico originario: il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterario quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
Questa breve introduzione al significato originario della parola Kitsch (i puntini che sostituiscono la merda rendendola metafisica per occultarla), serve a Kundera per descriverne il suo concreto effetto sulla vita di una delle protagonista del libro, Sabina.
Sabina è un'artista, una pittrice. Ha frequentato la scuola d'arte nell'allora Praga comunista e ha lì compreso un giorno che l'unico modo in cui poteva esprimere qualcosa di artistico nei suoi quadri era il dipingere, in uno squarcio immaginario al centro della tela, qualcosa di completamente estraneo alla raffigurazione del reale, ossessione delle scuole d'arte comuniste sovietiche dell'epoca. 
Come anche nell'Italia fascista, il bello doveva nella Russia comunista coincidere con l'idea della vita così come imposta dal partito. Bello è quindi il popolo che vestito a festa va felice a una manifestazione del partito; bello è l'uomo muscoloso e sudato che canta, felice di lavorare in fabbrica; belli sono i contadini felici di mietere il grano nei campi tutti insieme, ecc. La vita collettivamente produttiva è per definizione l'ideale di vita felice e l'unica vita accettabile nella dittatura comunista (e in realtà in ogni dittatura). 
Anche l'arte, essendo nella dittatura sovietica "arte per il popolo", deve rappresentare la realtà esattamente così come si vede, così che a nessuno, nemmeno a un'artista, sia consentito sentirsi o dirsi infelice. 
Condizione emotiva, l'infelicità, che contiene in sé il germe della dissidenza. 
Per il nazismo, all'opposto, l'arte è per le élite, quindi può e deve essere incomprensibile al "popolo". Nel nazismo, e fino alla pop-art, arte è solo ciò che al popolo non appartiene né lo rappresenta, se non nel ruolo che gli è assegnato dalle élites anche nella vita reale: il servo o la servetta, che raffigurati nel quadro spazzano o porgono il thé, mettono meglio a fuoco la ricchezza della casa padronale o l'autorità del padrone stesso, di solito amante del ritratto o, ancor meglio, del tema storico/epico, con cui il nazi/fascista ama identificarsi. 
Questi squarci di emozione indecifrabile sulla tela comunista, queste realtà dissonanti e sognanti che Sabina inseriva nei suoi sovietici quadri di sempre uguali felici contadini o di fabbriche dove gli operai sono sempre in festa, fanno di lei una potenziale sovversiva, per questo sgradita al partito. 
Al singolare, unico, perché unici i partiti lo sono sempre nelle dittature di qualunque colore.
La rivolta interiore di Sabina contro il comunismo non aveva carattere etico ma estetico. Ciò che la disgustava era però molto meno la bruttezza del mondo comunista (i castelli distrutti trasformati in stalle) che non la maschera di bellezza che esso portava: il Kitsch comunista [...] I sentimenti sucitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il Kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono nel prato! La seconda lacrima dice: Come è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato! E' soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch.
Nell'agosto del 1990, proprio nei giorni fra il 18 e il 20 agosto, volli assolutamente andare a Praga. Primo, perché solo l'anno prima era caduto il Muro di Berlino e Praga mi rappresentava quell'Est che fin lì aveva nutrito la mia immaginazione solo grazie ai libri. Secondo, perché il 18 agosto del 1990 a Praga ci sarebbe stato il primo concerto "oltre cortina" del Rolling Stones. Di quelle vacanze ho conservato tre oggetti: la copia di un quotidiano praghese che pubblicava, il 18 agosto 1990, le terribili immagini dei carri armati russi nelle strade di Praga nel 1968; un calendario del 1990, dal quale mi proponevo di imparare almeno i giorni e i mesi in cecoslovacco, lingua per me assolutamente incomprensibile; il manifesto del concerto dei Rolling Stones.
Su questo manifesto, molto semplice, in due colori, rosso e nero, che pubblicizza la tappa dell'Europe Urban Jungle 1990 a Praga, c'è una scritta, riportata in basso a sinistra in nero su riquadro rosso: "Tanks are rolling out, The Stones are rolling in".
Il "dentro" e il "fuori", i Rolling Stones che entrano e i carri armati che escono, raccontano un mondo che oggi non esiste più, né dentro né fuori (non c'è più né un dentro né un fuori): quello del comunismo sovietico, richiuso fino ad allora dietro al Muro, e per molti anni fisicamente e culturalmente separato da quell'Europa che fin lì avevo immaginata "democratica", e oggi è altrettanto scomparsa.
Cadendo quel muro, è forse successo che, come nei vasi comunicanti, mentre i tanks rotolavano fuori, con i Rolling Stones scivolava dentro l'Europa "democratica" di allora, finendo per mescolare tutto. Dopo 47 anni, siamo al punto in cui oggi che ci è impossibile distinguere fra carri armati e pietre, scivolate nel frattempo ovunque.
Carri armati e pietre sono ormai indistinguibili, tanto sono uniti insieme. 
Al punto che, ogni volta che mi illudo di poter ringraziare l'Unione Europea per qualcosa, mi arriva dritta una pietra in testa a svegliarmi dall'illusione di vivere in un mondo migliore di quello diviso da muri di allora. 
E' peggiore perché il Muro conteneva e proteggeva la mia illusione?
Non lo so, ma non credo sia questo il punto: i muri oggi li stanno sognando paesi europei molto diversi (la Francia, l'Ungheria, ecc), e qualche muro invisibile, ma molto spesso, pare separare, e quindi contenere, qualcosa che speravo invece di veder scorrere da una parte all'altra senza restrizioni e Trattati, puntualmente traditi.
Mentre sembra avvicinarsi a passo di marcia l'ipotesi di una Terza Guerra Mondiale, ormai senza pudore minacciata sia dal Papa che dal Presidente di una Repubblica definitivamente Kitsch, non so più distinguere nettamente ciò che di nazista questa Europa mi riporta alla memoria da ciò che di comunista è oggi "democraticamente" accettato dall'intero arco costituzionale nazionale e pure europeo. 
Tutti invariabilmente tesi a convicermi che la bellezza ideale, il mondo migliore che ci attende, è quello del Kitsch sovietico con qualche spruzzatina di Kitsch cinese, magari un po' di comunismo Kitsch coreano ma organizzato da nazisti redivivi e in gran spolvero i quali risparmiano oggi sulle camere a gas lasciando milioni di europei a morire di stenti così seppellirsi a proprie spese e a zero infrastrutture obsolete.
Ecco una delle ragioni per cui L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera è oggi la mia lettura giusta al momento giusto: rivedendo all'indietro la storia, mi accorgo che il mondo prosegue sempre a spirale: sembrano prodursi nel breve tempo alcune variazioni/miglioramenti, mentre in realtà si tratta solo di aggiustamenti di tiro dittatoriali (la sorte umana è da sempre la stessa, tranne qualche rara sospensione della follia).
Mentre leggevo (fra gli altri) il paragrafo qui sotto, vi riconoscevo non tanto la Praga sovietica, quanto l'Italia in cui è oggi sconveniente esprimersi contro l'invasione molto sospetta dei migranti, ricordare ai traders convinti che i loro soldi non risolvono niente e agli economisti della porta accanto che un rialzo in Borsa non aggiunge ormai un solo posto di lavoro mentre i poveri continuano (in silenzio) a suicidarsi.
Che la carità, per essere tale, dovrebbe rimanere un gesto personale, spontaneo ed estemporaneo, non venir forzata e finanziata dallo stato fino a farsi holding strutturata al punto di oggi proporsi perfino di quotarsi in Borsa. 
Che il nostro essere d'animo gentile nei confronti dei bisognosi non va confuso con l'abuso dei mantra sugli aiuti obbligati e moralistci per nascondervi dentro i tradimenti quotidiani sulla verità tragica che si profila al nostro orizzonte.
Che non bastano valanghe di tweet hashtaggati #italiacheride, #italiachesiriprende, #italiachenonmolla, #italiafeliceeproduttiva, #italiacheaccoglietutti, #italiache siblocca e #italiachesisblocca, #italiacheTanksAreRollingOutTheStonesAreRollingIn"
Nel regno del Kitsch totalitario, le risposte sono già date in precedenza ed escludono qualsivoglia domanda. Ne deriva che il vero antagonista del Kitsch totalitario è l'uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro...[...] E' però vero che quelli che lottano contro i regimi totalitari possono difficilmente lottare con interrogativi e dubbi. Hanno anch'essi bisogno delle loro certezze e verità semplici che siano comprensibili al maggior numero di persone e provochino una lacrimazione collettiva [...] il Kitsch è l'immagine di un focolare tranquillo, dolce, armonioso, dove regnano una madre amorevole e un padre saggio [...] nel momento in cui il Kitsch è riconosciuto per la menzogna che è, viene a trovarsi nel contesto del non-Kitsch. Perde in tal modo il suo potere autoritario ed è commovente come qualsiasi altra debolezza umana. Perché nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente al Kitsch. Per quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana.
Per depotenziarne la venefica melassa, è necessario quindi riconoscerlo, il Kitsch. 
Per me, oso dire che questo paese, quest'Italia dei tweet governativi e delle prediche presidenziali dal pulpito dell'holding della sussidiarietà quotata in Borsa, è un paese indiscutibilmente Kitsch.
Non ridicolo (che sarebbe qualcosa), non volgare (che sarebbe qualcosa),  ma finto più di uno spot che ci invita via tweet a comprare dolci merendine tossiche (con la casetta e il mulino) per ricordarci che, come in ogni dittatura, solo la pubblicità è vera.
E la pubblicità, andrebbe però ricordato, non è che l'anima del commercio.
Il tweet governativo e auto-promozionale è la tela sulla quale è dipinto il nuovo mondo dittatoriale del "popolo" felice e produttivo.
Non mi sento felice né "produttiva".
Credo di essere rotolata fuori dalla tela.

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