giovedì 18 febbraio 2016

L'altro Processo - Riflettere sul potere con K.

In questo piccolo libro Elias Canetti analizza la personalità di Franz Kafka attraverso le molte lettere che Kafka scambia con Felice, una donna con la quale ha un tormentato rapporto che passerà da fasi in cui si fidanza ad altri in cui la sfugge, consapevole che il desiderio di lei di un matrimonio e una casa borghese era quanto di più lontano dalle sue aspirazioni.
A pagina 120 Canetti scrive:
Confrontata ovunque con il potere, la sua caparbietà gli garantiva talvolta una proroga.
Quando però non era sufficiente o gli veniva meno, allora egli si esercitava nella sparizione; e qui entra in gioco il lato positivo di quella sua magrezza per la quale spesso, come si sa, risentiva disprezzo.
Sottraeva se stesso al potere mediante la diminuzione fisica e con ciò ne partecipava in misura minore; anche questa ascesi era rivolta contro il potere. (…)
Più sorprendente ancora è un altro mezzo di cui dispone e di cui si serve in quel modo sovrano che oltre a lui appartiene soltanto ai cinesi: la trasformazione in qualcosa di piccolo.
Poiché detesta il potere ma non ritiene di disporre della forza necessaria per combatterlo, aumenta la distanza fra i forti e se stesso diventando in rapporto a loro sempre più piccolo.
Da questo raggrinzamento traeva due vantaggi: spariva di fronte alla minaccia diventandole trascurabile, e liberava se stesso di tutti gli abbietti mezzi del potere; i piccoli animali, nei quali di preferenza si trasformava, erano innocui.
Riporta di seguito due aneddoti vissuti da Kafka che aiutano a capire come se da una parte il suo rattrappirsi psicologicamente in un piccolo animale fosse un modo sottrarsi al potere, non per questo la sua fosse una sorta di codardia ma invece una precisa strategia di non riconoscimento del potere ovunque si annidasse.
Nel primo caso racconta del suo incontro con una talpa: è a passeggio con il suo cane e questi scova il piccolo animale fuori dalla sua tana e comincia a giocarci. La talpa ovviamente è spaventata a morte ed emette un lamento (“css...css”) che però non ferma il cane, il quale continua a picchiarle contro il muso una zampa mentre la tiene bloccata a terra con l’altra, dopo averla addentata a sangue per puro divertimento.
La riflessione di K. è che la talpa in quei momenti nemmeno lo vedeva, che il suo essere non era consapevole della presenza di un potere più grande di quello del cane e del fatto che sarebbe bastato che gli si rivolgesse per un aiuto perché lui imponesse al cane di lasciarla andare.
Questa scena gli descrive una scala gerarchica del potere per cui il piccolo è più spesso vittima di chi gli è appena superiore e che, nella sua catena di comando, il potere di chi sta più in alto non arriva alla consapevolezza di chi sta in basso, essendo il più piccolo vittima di chi gli è più immediatamente vicino a terra.
Il secondo episodio lo racconta K. in una lettera all’amico Max Brod:

“ Contro i topi che talvolta attaccavano i miei viveri, bastava il coltellaccio. Nei primi tempi, quando osservavo ancora ogni cosa con curiosità, infilzai una volta uno dei topi e lo tenni contro la parete all’altezza degli occhi. Gli animali piuttosto piccoli si possono osservare esattamente solo quando si tengono all’altezza degli occhi, quando invece ci si china verso di loro e si guardano per terra se ne ricava un’idea errata e incompleta. Ciò che più dava nell’occhio in quei topi erano le unghie grosse, un po’ concave ma appuntite e adatte per scavare. Nelle ultime convulsioni il topo che tenevo contro la parete allungò le unghie, quasi contro la sua viva natura, e parevano una manina tesa”.
Commenta così l’episodio Elias Canetti: “ Bisogna tenere gli animali piccoli all’altezza degli occhi per poterli vedere bene: è come se sollevandoli ce li rendessimo uguali. Il chinarsi verso terra, una specie di condiscendenza, ci da di loro un’idea errata, incompleta…”.

Ecco, forse così come il potere che ci sta in alto e sopra non ci è raggiungibile perché non ci guarda mai all’altezza degli occhi, il nostro potere verso chi ci sta in basso pecca della stessa cecità per il nostro non guardare mai il piccolo direttamente negli occhi, da pari a pari, tra uguali.
Non è certo un caso che Kafka sia stato in prevalenza vegetariano. Non era per questioni religiose o per quella sorta di distinzione elitaria per cui spesso ci si ammanta di ragioni etiche a sproposito.
Lo era perché gli era intollerabile il potere in ogni sua declinazione e non poteva non riconoscerne il lato più brutale anche in quell’atto naturale del cibarsi della carne di un altro essere.
Anche noi comuni mortali siamo alla fine parte di quella catena del potere che non riusciamo che a intravvedere verso l’alto senza riconoscere in noi la stessa violenza del potere quando dispensiamo zampate sanguinolente e giocose verso chi ci sta in basso.
Il cane gioca con la talpa così come il gatto uccide i passeri per gioco: è nella loro natura.
Noi adoriamo i pulcini ma aspettiamo che crescano per farcene un arrosto: anche questo (forse) è nella nostra natura.
E’ così per via del fatto (forse) che è la natura stessa a essere violenta nel determinarci dipendenti nella catena alimentare non meno che nella catena di comando a livello sociale.

E se non basta astenersi dal mangiar carne per cambiare la violenza implicita nel concetto di potere, forse può cambiare qualcosa il fatto di averne una lucida consapevolezza, il sapere che nessuno di noi è mai completamente innocente e che ciò che subiamo dall’alto lo replichiamo spesso uguale verso il basso senza nemmeno esserne coscienti.
Guardare l’altro da noi all’altezza degli occhi: questo, forse, potrebbe aiutarci a cambiare in noi qualcosa.
 

Da Elias Canetti - L’altro processo - le lettere di Kafka a Felice -

1 commento:

  1. Esempi ineccepiblii. Kafka andrebbe letto e riletto: aveva capito tutti i meccanismi del potere, che chiunque, al proprio livello, interiorizza, rivelandoli nella maniera più geniale.

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