martedì 24 maggio 2016

Kaputt (Lettere ai giovani tedeschi - 1952)

Abbozzi di Lettera agli intellettuali tedeschi e di Lettera alla gioventù tedesca di Curzio Malaparte la cui datazione è da far risalire al 1952.
Questi documenti sono stati pubblicati in coda nella ristampa di Kaputt per Ed. Oscar Mondadori del dicembre 1979.


Riporto integralmente questi documenti perché, mentre Malaparte scrive di non voler fare profezie, letto oggi si rivela invece un profeta precisissimo. Di una precisione inquietante al punto che, leggendo alcuni passaggi, un pensiero mi si è affacciato alla mente: " E se la storia vera, quella la cui regia avviene sempre dietro le quinte, mai in chiaro e sui media, non fosse andata come l'ho studiata a scuola?"
Non lo saprò mai, è evidente.
E però, ciò di cui parla Malaparte in questo Kaputt (ma anche il La pelle), non l'avrei mai saputo in alcuni illuminanti dettagli se non l'avesse scritto lui.


IV
Quel che mi muove a scrivervi non è il proposito di difendermi dall’accusa, che molti mi han fatto in Germania, dopo la pubblicazione del mio libro Kaputt, d’essere un nemico del popolo tedesco, un calunniatore del nome germanico.
A me tale accusa non m’importa nulla, e non me ne curo: come non mi sono mai curato delle maldicenze calunnie e menzogne sul mio conto, che mi siano state dette in Francia, in Italia, in America o in Germania.
Il proposito che mi muove a scrivervi è quello di ripetervi quel che ho già avuto modo di dirvi in conferenze, e in amichevoli private conversazioni, e in interviste, in Germania, durante il mio recente lungo soggiorno nel vostro paese. 

Che vi piaccia quel che dico, o vi dispiaccia, non ha alcuna importanza. A voi piace soltanto la menzogna, e odiate chi vi dice la verità, sulla storia tedesca di questi ultimi venti anni. Se volessi acquistarmi le vostre simpatie, non avrei prima di tutto pubblicato Kaputt in tedesco, e poi avrei fatto come molti stranieri, e molti Francesi fanno, allorché vengono tra voi: vi avrei coperti di lodi, avrei finto di ritener menzogne dei vostri avversari tutto quel che si dice contrario al Nazismo, e avrei magari tessuto in sordina, discretamente, l’elogio degli anni in cui, piegati sotto la stupida e feroce tirannia di Hitler, eravate a vostra volta tiranni di molti popoli d’Europa. 
No. Ho sempre odiato il Nazismo, l’ho sempre apertamente dichiarato e scritto; ho sempre avuto una profonda pietà per un popolo come il tedesco, soggetto a così atroce tirannia senza aver la possibilità di ribellarsi.
Ora che Hitler è morto già da alcuni anni, che il Nazismo è crollato, sarebbe cosa inutile, oziosa e stupida riparlar del Nazismo, se il Nazismo non mostrasse per molti segni non solo d’esser ancora vivo, ma di prepararsi a recitare, sotto altro nome e sotto altre bandiere, la stessa odiosa parte che ha recitato quando Hitler era ancora vivo.
Non voglio esser profeta. E non si tratta qui di far profezie. Ma di veder chiaramente nel nostro avvenire. E poiché voi non avete il coraggio di dire la verità ai Tedeschi, perché avete paura del risorgimento del Nazismo, lasciate che sia un intellettuale straniero a dir ciò che voi non osate dire.
Il destino dei Tedeschi non è di esser liberi: la libertà vi fa paura. 

Benché i vostri filosofi abbiano dato le più esaurienti definizioni della libertà, è un fatto stabilito che, in pratica, lo stesso concetto di libertà vi sfugge. Non potete, né sapete esser liberi. Qualunque vostro moto di libertà si riduce a una nuova forma di tirannia. Voi non sapete esser liberi che sotto una legge, e tanto più dura e illiberale la legge, tanto più voi credete di vivere in libertà. Il concetto di libertà, per voi, consiste nell’obbedire. A chi? Non importa a chi. Obbedire, questo è il vostro anelito di libertà. Voi obbedite soltanto a chi ha la veste legale per comandarvi. A un borghese, a un uomo senza uniforme, e senza autorità legale, voi non ubbidireste mai. Ma a un sottufficiale, a un impiegato dello Stato, a chiunque porti uniformi, sì. E con gioia, con piacere, con una segreta voluttà, che stupisce e inorridisce tutti gli uomini liberi. Ora vorrei darvi un breve schema, le definizioni della libertà, quale voi la concepite:
La libertà per voi è l’obbedienza a: I - un’uniforme; II . un grado; - III - una legge (un ordine); IV - un titolo.
Nel luglio del 1941 mi trovavo sul fronte russo, come ufficiale italiano. Erano i giorni in cui i 200.000 italiani del corpo di spedizione stavano arrivando in Russia. Ero seduto con altri soldati sull’argine del Dniester, presso Jampol, in Ukraina. Un generale tedesco si bagnava nel fiume, presso la riva. A un certo punto un carro armato tedesco, dalla chaussée di Jampol, si mise a sparare sul ponte di barche tedesco di Jampol. La cosa non era prevista, e generò un po’ di confusione tra i soldati tedeschi che passavano. Il generale tedesco uscì dall’acqua, completamente nudo, e si mise a dare ordini a voce alta. Siccome era nudo…

V

Questa è una lettera, non un saggio storico o morale o politico, né un discorso, ma una lettera, e, come ogni lettera è un colloquio, vuol essere una continuazione dei colloqui che ho avuto con molti di voi in questi ultimi tempi: a Cannes, nell’aprile scorso, con i giovani del “Cinex Club” di Gottinga, a Berlino, nel giugno, con i giovani della “Frei Universitat” di Berlino, e con molti altri giovani tedeschi, studenti, operai, durante i tre mesi da me trascorsi in Germania nella passata estate (del 1951). 

E il mio proposito, scrivendovi questa lettera, è di tornare più ampiamente, più liberamente, sugli argomenti che formavano l’oggetto delle nostre amichevoli conversazioni.
Più liberamente, ho detto: benché in quei nostri colloqui tanto voi quanto io abbiamo discusso con la più ampia libertà, al di fuori di ogni convenzione, pregiudizio, ipocrisia. Ma la maggior libertà di cui mi valgo in questa lettera mi viene dal fatto che allora, mesi or sono, discutevamo su ipotesi, su avvenimenti non ancora avvenuti, mentre oggi l’argomento di questa lettera è costituito da avvenimenti da noi previsti, e ormai o realizzati o in via di realizzazione.
E dico subito, senza false prudenze o falsi riguardi, che la Germania sta attraversando in questi mesi, un pericolo assai maggiore di quello corso dal 1945 al 1949 0 1950, durante gli anni immediatamente seguiti alla sconfitta e al crollo.
Allora il pericolo era la disperazione, la dispersione, il nichilismo, il suicidio, moralmente e intellettualmente, collettivo di tutta una nazione. Il pericolo era che diveniste una colonia straniera, più o meno in forma larvata. La tendenza politica, in Europa e in America, era palesemente quella di ridurre il popolo tedesco in una forma di schiavitù di tipo coloniale. Questa prospettiva, se era terribile per tutto il popolo tedesco, era particolarmente terribile per i giovani, per le nuove generazioni, per tutti coloro che non potevano essere ritenuti responsabili, né della politica di Hitler, né della guerra di Hitler. Era un modo di coinvolgere nella punizione di tutto un popolo anche gli innocenti. 

Questo modo ripugnava alle persone oneste e sensate sia di Europa e di America, perché era un modo tipicamente hitleriano, che Hitler aveva applicato su tutti i popoli dell’Europa soggetta, sia con la sua politica razzista, sia con la sua politica di nazione vincitrice e occupante.
Per fortuna di tutti, questa politica fu ben presto abbandonata, e fu allontanato dalla gioventù tedesca il pericolo di una mostruosa estensione a tutti i giovani dei criteri che avevano guidato il processo di Norimberga. Contraria questa politica era stata fin da principio la gioventù del mondo civile, sia europea che americana. I giovani d’ogni paese civile sono stati i vostri migliori difensori. 

Ripugnava ai giovani europei e americani che la gioventù tedesca fosse coinvolta in una condanna terribile, che non meritava.

VI

Un grave pericolo minaccia la gioventù tedesca. Questo pericolo è la reazione. 

Il Nazismo, la grossa industria, le banche, già tentano di riconquistare il potere perduto. Dei generali chiamano a raccolta gli ex combattenti, i detriti del Partito nazionalsocialista si riuniscono, si organizzano apertamente in ogni parte della Germania, specie nella bassa Sassonia, il noyautage nazionalista comincia a stendersi in tutte le classi, compresa la classe operaia. Il gran momento è venuto. 
Gli Americani son partigiani della politica del riarmo tedesco, diretto contro la minaccia della Russia sovietica. L’occasione è finalmente giunta di rialzare la testa.
Approfittando delle circostanze favorevoli, la Germania comincia col chiedere la diminuzione delle riparazioni. Il carbone della Ruhr è in gioco. La speranza del riarmo tedesco ha l’effetto di risollevare il morale delle classi militari, industriali, reazionarie.
La grossa borghesia, che l’armamento arricchirebbe, è già dietro l’ombra dei generali neonazisti, nazionalistici, antisovietici. L’esercito tedesco, che si ricostituirà col pretesto della difesa dell’Europa contro la minaccia sovietica, dovrà servire in realtà, alla rivincita tedesca.
Ogni speranza in una Germania libera, forte nella pace, nell’ordine, nel lavoro, è ormai svanita.
Coloro che conoscono obiettivamente la Germania, sanno che la democrazia, in Germania, è già perduta. In poche settimane, un profondo mutamento è avvenuto nell’opinione tedesca.
Lo slogan ohne mich (senza di me), che fino a poche settimane or sono caratterizzava l’atteggiamento tedesco, di fronte al problema dell’armamento (cioè “se volete battervi, battetevi, ma ohne mich, senza di me) perde di efficacia.
Il miraggio di un nuovo esercito tedesco risorge ad affascinare l’anima germanica. Le grandi tradizioni militari tedesche, cui l’ultima guerra ha dato nuovi splendidi allori, sono pubblicamente rievocate. Già si sente dire: “ Noi abbiamo sconfitto la Francia in cinque settimane, siamo arrivati fino al Volga, fino in Egitto, fino ai Pirenei, fino all’estremità della Norvegia. Siamo i migliori soldati del mondo. Siamo stati vinti, ma non piegati, dal tradimento e dalla superiorità materiale dell’avversario. Ma non siamo mai stati vinti sul campo”.
Queste cose, che son patrimonio legittimo di ogni soldato tedesco, oggi tornano a servire al fine di una politica di rivincita. Nessuno, qui, pensa che il futuro, nuovo esercito tedesco possa tener fronte alla Russia sovietica: “ Per questo - dicono - ci sono gli americani, basta l’America”.
Ma tutti pensano al compito che sarà riservato all’esercito tedesco nell’avvenire. Il compito di riparare alla sconfitta del 1945.
E poi, strano a dirsi, nessuno in Germania crede più nella possibilità di un’invasione dell’Europa da parte della Russia.
“Se ci sarà la guerra, si dice, la Russia non si getterà in avanti: ma si difenderà, si ritirerà nelle sue frontiere per meglio difendersi. Il nuovo esercito tedesco, dunque, non avrà il compito di difendere l’Europa, ma di riconquistare, aiutato dagli Americani, dagli Inglesi, dai Francesi, ecc. le frontiere dell’Est. Poi, a guerra finita, si volgerà a Occidente”.
Il vecchio sogno tedesco rinasce. E il linguaggio degli ex Nazisti torna a essere presuntuoso, insolente. Nei giornali, il rancore verso gli Alleati già comincia ad apparire, ancora velatamente, ma senza equivoci. Qualunque pretesto è buono per aizzare l’opinione tedesca contro gli Alleati. Le critiche degli occupanti sono ormai aperte, risuonano nei tram, nei caffè, nelle strade. L’insolenza tedesca, cioè delle classi reazionarie tedesche, acquista forza ogni giorno. E già anche i giovani, la immensa massa dei giovani, incerta, inquieta, sincera nel suo desiderio di…

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