venerdì 2 marzo 2018

Neti Neti

Dopo una settimana iniziata con il gelido vento Burian che si va a chiudere con una nevicata che sta ancora bloccando sui binari e sulle strade l'Italia intera, ecco cosa leggo stamattina (da Diario berlinese - Inverno 1932-1933, di Christofer Isherwood in Addio a Berlino):
Stanotte, per la prima volta quest'inverno, fa molto freddo. Il gelo improvviso serra la città in un silenzio assoluto, come quello di un torrido mezzogiorno estivo. Col freddo Berlino sembra proprio contrarsi riducendosi a un minuscolo punto nero, a stento più grande di centinaia di altri puntini, isolati e difficilida individuare, sparsi sull'immensa carta geografica dell'Europa. Fuori, nella notte, oltre gli ultimi isolati con i casamenti di calcestruzzo appena costruiti, lì dove le strade finiscono in piccoli orti coperti di ghiaccio, si apre la pianura prussiana. Si sente che è tutta attorno a noi, stanotte; scivola lentamente sulla città, come l'immensa e desolata distesa di un oceano sconosciuto - costellata di boschi spogli e laghi gelati e villaggetti che si ricordano solo come i bizzarri nomi dei campi di battaglia di guerre quasi dimenticate. Berlino è uno scheletro dolorante per il freddo: è il mio scheletro indolenzito. Sento nelle ossa il dolore acuto che il ghiaccio infligge alle travi della sopraelevata, al ferro delle ringhiere dei balconi, ai ponti, alle rotaie dei tram, ai lampioni, alle latrine. Il ferro pulsa e si ritrae, la pietra e i mattoni soffrono di un dolore sordo, l'intonaco è inebetito.
Sarà che non è Berlino, ma questa imbiancata conferisce al quartiere di villette (tutte con ulivo d'ordinanza) e bifamiliari dove abito una nuova effimera personalità. Tutt'intorno, di fronte, nel piccolo parco giochi a un paio di minuti a piedi, si può passeggiare senza incontrare un'auto per almeno 10', solo marciapiedi, case, qualche condominio alto al più un paio di piani, qualche alberello decorativo che non getta ombra d'estate neanche ad ubriacarlo.
Si possono però affondare i piedi nella neve camminando direttamente sul prato spoglio davanti casa, sensazione che ieri sera, a zonzo con la mia vicina, ha provocato in noi degli istintivi urletti di gioia infantile: chi se la ricordava più quella sensazione degli scarponi che affondano nella neve. 
E che bello, però...

Niente ringhiere con il dolore acuto inflitto dal ghiaccio, da queste parti. Nemmeno l'intonaco si inebetisce ormai, coperti i muri esterni delle case odierne da cappotti anti-gelo come i cani, quelli col paltoncino trascinati a fare pipì di lusso che lasciano orrende chiazze gialle nella neve immacolata.

Se la Berlino ghiacciata di Isherwood fa battere i denti solo a leggerla, questo paesaggio che mi si dispiega davanti ogni mattina mi fa battere la testa contro il muro ogni giorno. 

Bisognava aspettare la neve, per poterlo camminare con un po' di piacere la sera. Quartiere che vive sempre come avvolto in un silenzio quasi inquientante, tanto sono rare perfino le auto che vi transitano.

Però abbiamo tanti parcheggi fantasma, casomai ne aveste bisogno: qui ogni mezzo metro di marciapiede se ne trova una fila di 5 o 6, tutti inutili, visto che ogni abitazione ha il suo garage e uno spazio parcheggio condominiale pure per gli eventuali ospiti.

Bello, dice chi vi arriva per la prima volta.
Vivici tu, ogni giorno, dico io che guardandomi intorno inizio a vedere nella perfetta razionalizzazione delle aree edificabili e degli spazi comuni una sorta di igienica gabbia per matti o aspiranti tali.


Neti Neti, mi dico da giorni. Nè questo né il caos di Berlino.
Vivere in una casupola in collina, magari con gli spifferi che entrano da porte e finestre, senza "cappotti e cappottini", ma con la bellezza di scenari che cambiano ogni giorno, a ogni stagione, con ogni condizione meteo.

Qui, il gelo, i mattoni e gli intonaci non lo soffrono mai; soffrono, invece, un dolore sordo, costante fin dal giorno in cui sono stati progettati sulla carta da qualche geometra con i neuroni igienizzati, tirati con la squadra e livellati con il filo a piombo.

Se vivi qui, solo una nevicata ti può salvare dal lento appiattimento verso lo zero termico. 
O la neutralità assente di un Buddha, quella impossibile agli umani per più di mezz'oretta al giorno.
Bisognerà fuggire, scappare, darsela a gambe.
Vincendo alla lotteria o al Superenalotto, ovvio.

1 commento:

  1. La neve ha questo straordinario potere di raddoppiare e sdoppiare, pur con tutta la sua tenera innocenza. Certo, solo finché sistemi di riscaldamento e cappotti (edilizi e non) svolgono con precisione e assiduità il loro compito.

    In situazioni diverse, come quelle di Isherwood (bello e suggestivo, il brano che hai riportato!), ci si sente sopraffatti da questa trasparenza inesorabile che inghiotte tutto, senza tanti complimenti, irriguardosa di confini tra città e campagna, umano e non-umano, cielo e terra; una glasnost estrema ed arci-egalitaria che neanche il più stalinista dei gulag riuscirebbe a riprodurre. Almeno non intenzionalmente.

    Intanto qui, sulla ringhiera innevata del mio balcone, mezza nascosta dalla tenda per non disturbare, osservo il via vai di coloratissimi pettirossi, delle cinciallegre dalla pettorina di un giallo smagliante, dei passeri italiani in livrea di gala, che becchettano briciole e palline di cibo preconfezionato e ultraeconomico di Lidl, in apparenza molto ben intonati, per lo meno nei gusti, con la piatta indifferenza del paesaggio di colpo incanutito -- o forse solo riassorbito in un eterno "presente!".
    Se non temessi di diventare idolatra, direi che li adoro.
    Meglio: adoro Chi li ha creati, e poi Si è dato e Si dà tanta pena sopratutto per noi.

    Ciao Ross, un abbraccio.
    marilù

    RispondiElimina