lunedì 21 ottobre 2019

Gastro-mania

Negli ultimi tempi, annoiata (forse in realtà, travolta) dalle troppe notizie di barbarie in corso di evoluzione, mi rifugio nei meandri della rete dove si parla di cibo, di cucina e di ricette.
Sostengo da sempre che mangiare è un altro modo di comunicare, che davvero noi siamo ciò che mangiamo (in senso filosofico ma anche letterale), e che se oggi si parla molto (troppo) di cibo è perché forse scarseggia una vera comunicazione fra le persone.
Si parla di cibo per non parlare di nulla, alla fine.
Si parla molto in realtà, è vero.
E si scrive moltissimo (oggi scrivono tutti, ed è bello, però inquinano tutte ‘ste parole, diciamolo), ma si evita con cura di parlare di ciò che siamo, di cosa proviamo, di cosa sentiamo, di quali siano i dolori che respingiamo in fondo allo stomaco abbuffandoci di news, parlando di cibo e stordendoci di forzata socializzazione.
In breve, non sappiamo stare da soli con i nostri pensieri né sappiamo più comunicare la nostra umanità senza sentirci rintuzzare da qualcuno che ci propina il rimedio letto online, la curcuma come cura per tutto e la depurazione con i beveroni vegetali come rimedio anche per i malesseri dell’anima che si fa ogni tanto corpo sgomento e traballante.
Ho scoperto, nel mondo degli amanti della cucina e del cibo, dei veri piccoli esteti della vita, delle piccole star semi-sconosciute che ho finito negli ultimi mesi per seguire quasi fossero dei guru la cui filosofia dei fornelli vale quale viatico quotidiano per riuscire ad affrontare qualunque deficit da assenza di comunicazione umana.
C’è ad esempio una simpaticissima giovane donna che su youtube mi erudisce sull’arte di sfornare torte deliziose, degne di un pasticcere provetto, con una metodica descrittiva delle varie ricette che mi vale quanto un corso sintetico di meditazione Zen, ogni ricetta un passo avanti verso l’immortalità dello zucchero, del burro o del cioccolato fondente sciolto nella panna per decorare o glassare fette di purissimo piacere visivo (raramente faccio poi una torta).
Ce n’é un’altra, nonna di una certa età ma arzillissima che, complici le nipoti affettuose, si mette settimanalmente ai fornelli per realizzare, per la famiglia, prima che per le sue migliaia di followers su youtube e instagram, delle ricette casalinghe a prova di inetto, illustrandone la realizzazione con una semplicità che mi conquista ogni volta facendomi ricordare quant’era bello stare nella cucina di mia nonna aiutandola a sgranare piselli, a pulire il riso (mia nonna lo passava prima di metterlo in pentola, per tirar via eventuali rimasugli di pula o dei chicchi non proprio perfetti, per dire come abbia mia nonna contribuito non poco a farmi sviluppare una pedante attenzione ai più piccoli dettagli tipicamente buddhista), o a passare gli gnocchi sul retro della grattugia per decorarli con le tonde gobbette prima di buttarli nell’acqua bollente.
Un’altra, davvero molto zen, opera in una cucina decisamente scenografica, cioè a prova di istagram, si potrebbe dire. Divulga ricette vegan che riesce a rendere visivamente allettanti e molto molto fotogeniche, il tutto con una grazia e una pulizia di oggetti e gesti tale da riportarmi un pochi minuti alla pace interiore come solo un rituale del té giapponese potrebbe.

Non mancano nella mia playlist della cucina come rito esoterico dei cuochi maschi goduriosi e, va detto, in prevalenza “grassi”.
Non nel senso del peso forma, quanto nell’abuso sconsiderato di burro, olio come se non ci fosse un domani né una tabella del tasso di colesterolo che li attende al varco, maschi amanti della buona cucina che sfornano piatti succulenti le cui porzioni assaggio sfamebbero per due o tre giorni una famigliola in difficoltà economiche. 

Ma quale grasso piacere senza senso di colpa trasmette, un piatto di polpette immerse in un ettolitro di rosso sugo oleoso?
E poi, alla fin fine, non è proprio quest’alternanza fra cucina ascetica vegan, cucina casalinga della nonna, cucina divertente ma precisa e cucina pasticcioso/esuberante, il giusto equilibrio Ying/Yang della vita?
C’è questo e c’é quello, il banchetto della vita non ti può forse servire piatti i più diversi, alcuni dolci, altri salati e sugosi, altri ancora morigerati e privi di glutine, con poco zucchero e una spruzzatina di semi di chia che ormai, come la già citata curcuma, te li ritrovi ovunque ben più del canonico prezzemolo, usato quasi in esclusiva dalla mia cuoca nonna preferita?
Resta un fatto: si mangia di tutto, si santifica il cibo (sano per definizione, non conosco scemi che si mangino cibo malato intenzionalmente), si fotografa il cibo, si fanno video ricette e si recensiscono ristoranti, pizzerie (e mi dicono che in tv spopolano chef gastrofighetti).
Perché?
Cosa ci sta dicendo questa recente ossessione per il cibo sano, sapido, godurioso o punitivo che sia?
Se mangiare è una forma di comunicazione, se il cibo che ingurgitiamo nutre la carne e lo spirito, cos’è che non ci comunichiamo più sostituendo il non detto con le polpette e i brasati?
Il cibo nutre carne e spirito, questo è certo, ma qualcosa non torna se sono in aumento tutta una serie di patologie legate all’eccesso o all’assenza di nutrimento.
Non sarà che mentre tifiamo per lo chef in tv, mentre seguiamo le noiose polemiche su ciò che fa bene e ciò che fa male o mentre recensiamo anche la più miserabile delle pizze del sabato sera, eludiamo sistematicamente il fondo della questione comunicazione fra umani?
Cosa vorremmo dirci di buono per nutrirci l’anima a vicenda mentre ci indaffariamo a sfornare pasticci e crespelle, spezzatini e torte al cioccolato da offrire o postare?
Come sarebbe interessante una diretta settimanale dall'oltretomba di Freud, o di Jung, o da un italianissimo Cesare Musatti, a illuminarci su cosa ci stiamo nascondendo su noi stessi oggi, nella società del gastro piacere raccontato, commentato, video-filmato-postato-cliccato...

1 commento:

  1. ecchilosà ?
    tu intanto comprati delle mafaldine che poi ti scrivo di un sugo con il baccalà e l'uvetta...

    RispondiElimina